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Non cambiano le priorità degli hotelier italiani
Ma spunta a sorpresa la richiesta di mutui agevolati per l’acquisto delle strutture. Rimane alta invece la guardia su tasse, affitti brevi e collegamenti internazionali
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Fisco, infrastrutture e sharing economy, con un occhio puntato anche all’apertura dei mercati mondiali e in particolare alla Cina, che per Federalberghi ormai non rappresenta più solamente il futuro ma una realtà importante del presente. Trascorso un anno dall’appuntamento di Rapallo, non sono cambiati poi molto i temi cari agli albergatori tricolore dell’associazione legata a Confcommercio. D’altronde anche vizi antichi, come la scarsa propensione dei portali di affitti brevi a collaborare con le istituzioni, paiono non tramontare così facilmente, tanto che la norma sulla cedolare secca al 21% stenta ancora a trovare applicazione. Un tasto, questo, su cui il presidente Bernabò Bocca ha voluto ancora una volta insistere per sottolineare quanto la sharing economy di condiviso, in realtà, abbia ben poco: «Prospera nell’assenza pressoché completa di regole».


Il 2018 si apre sotto ottimi auspici

La sessantottesima assemblea nazionale di Federalberghi si è svolta quest’anno in una Porto Cervo dal clima insolitamente cupo. Ciò non ha impedito però agli hotelier presenti di esprimere tutta la propria fiducia per un 2018 che si presenta sotto ottimi auspici, tanto da far sperare in una ripetizione dei brillanti risultati già registrati nel 2017. «Attenzione però a non fare le cicale», ha ammonito a margine dell’evento lo stesso Bocca. «Perché attualmente il nostro paese beneficia dello status di destinazione sicura, ma quando alcuni dei nostri competitor del Mediterraneo del Sud torneranno in forze sul mercato, sarà estremamente difficile per noi competere con i loro livelli di costo».
Ma come si diceva le preoccupazioni degli hotelier italiani al momento sono altrove: «I nostri alberghi pagano ogni anno circa 894 milioni di Imu e Tasi, equivalenti a una media di 26.956 euro per albergo e 819 per camera», ha in particolare sottolineato Bocca nel suo tradizionale consuntivo sullo stato dell’industria. «L’onere è aggravato dal fatto che tali tasse si pagano anche se la struttura è chiusa o vuota». In totale, considerando anche l’Irap e le altre imposte, la pressione fiscale media su una struttura italiana raggiungerebbe quasi il 70% della base imponibile. Una situazione difficilmente sostenibile, per cui gli albergatori chiedono la riduzione delle tasse sul lavoro, «portando al 100% la deducibilità dall’Irap dei contratti a tempo determinato ed eliminando il contributo aggiuntivo dell’1,4% sugli stagionali», nonché l’esclusione dal pagamento dell’Imu degli immobili strumentali, «né più, né meno di quanto già avviene per i capannoni e i terrenti agricoli», o quantomeno la completa deducibilità dell’imposta dal reddito d’impresa. Federalberghi reclama inoltre l’abolizione della tassa di soggiorno ma soprattutto propone di commisurare Tari e Tasi all’effettivo utilizzo della struttura: «È ingiusto pagare anche quando si sta chiusi».


I vizi antichi della sharing economy

Un intero capitolo lo ha poi meritato la questione sharing economy. E con una certa ragione, visto che «proprio l’anno scorso di questi tempi eravamo alle prese con il decreto che prevedeva la tassazione, sia pure agevolata (cedolare secca al 21%, ndr), delle locazioni turistiche brevi. Ebbene», ha osservato sempre Bocca, «nonostante il provvedimento sia in vigore da quasi un anno, molti soggetti chiamati ad applicarlo oppongono cavilli burocratici, sottraendosi al loro dovere di collaborazione». Airbnb si è persino appellata ai tribunali amministrativi e allora «Federalberghi ha deciso di opporsi a questo andazzo ed è intervenuta nel giudizio in corso presso al Tar, per chiedere l’applicazione della legge».
Non solo: per l’associazione degli albergatori italiani, la sharing economy è in realtà un vero Far West, dove anche «l’incolumità pubblica deve cedere il passo, perché nessuno sa di preciso chi soggiorni negli appartamenti e nei bed & breakfast». Eppure, in giro per l’Europa non mancano affatto gli esempi virtuosi a cui ispirarsi: ad Amsterdam, tre le altre, gli appartamenti privati possono essere affittati per non più di 60 giorni all’anno (limite che scenderà a 30 dal 2019) e non sono autorizzati a ospitare più di quattro persone per volta. Inoltre, a decorrere dallo scorso 1° ottobre, gli host sono tenuti a iscriversi a un registro pubblico online, pena una multa da 6 mila euro. A Barcellona, per contro, chi vuole affittare il proprio appartamento per periodi brevi deve chiedere una licenza, mentre la città aumenterà presto il numero di ispettori dedicati da 40 a 110. Simile il discorso di Berlino, che chiede anche lei una licenza ad hoc e non permette di locare gli spazi per più di 90 giorni all’anno. A Bruxelles, per superare il medesimo limite di tre mesi, serve il consenso di tutti i condomini del palazzo, mentre a Ginevra si torna al tetto massimo dei 60 giorni. A Parigi, infine, chi intende affittare appartamenti per più di quattro mesi all’anno deve riclassificare l’immobile come asset a destinazione turistica e ottenere un’autorizzazione specifica.
D’altronde la sharing economy è un mercato che contribuisce persino ad aggravare un fenomeno emergente come il cosiddetto overtourism. Giusto a questo proposito, ha fatto abbastanza clamore, nelle scorse settimane, la notizia dei tornelli e dei percorsi alternativi per i turisti, apparsi a Venezia in occasione dei ponti del 25 aprile – 1° maggio. «Sono favorevole al numero chiuso per determinate destinazioni», ha commentato quindi a riguardo Bocca. «Basta che la misura sia applicata con cognizione di causa e con forme di comunicazione corrette. L’iniziativa di Venezia, invece, ha spaventato molti turisti di alta gamma, non informati sul fatto che la novità non avrebbe riguardato gli ospiti degli hotel. Le nostre stime di aprile ci dicono infatti che gli alberghi upscale del capoluogo veneto hanno registrato un calo delle presenze del 10%, mentre tutte le altre località italiane sono andate molto bene».


La Cina nuova frontiera dell’ospitalità italiana

Sul fronte cinese che, come si diceva, gli hotelier considerano ormai un mercato d’importanza consolidata, l’assemblea di Porto Cervo è stata l’occasione per annunciare il prossimo accordo di Federalberghi con Alipay: il sistema di pagamento più diffuso in Estremo Oriente, di proprietà della piattaforma Alibaba. L’idea è quella di installare negli hotel della Penisola nuovi pos in grado di processare le transazioni digitali dei turisti del paese del Dragone. La partnership dovrebbe prendere forma definitiva in questi giorni, per poi passare a una fase d’implementazione particolarmente veloce, che potrebbe preludere anche a una serie di iniziative promozionali sui portali di viaggio della stessa Alibaba.
Ma tutto ciò potrebbe non bastare, se l’Italia non dovesse puntare rapidamente a migliorare le proprie infrastrutture di collegamento con il resto del mondo: «In Europa al momento arrivano qualcosa come 12 milioni di turisti cinesi all’anno. Di questi, 1,5 milioni visitano la Penisola, ma appena 500 mila atterrano direttamente nei nostri aeroporti», ha fatto notare ancora Bocca.
Da segnalare inoltre la richiesta, contenuta in un documento di proposte ufficiali per le politiche del turismo, di una serie di incentivi per consentire l’acquisto di immobili alberghieri. In controtendenza rispetto ai trend asset-light che oggi paiono dominare il mercato dell’ospitalità globale, Federalberghi vorrebbe infatti accedere a «un sistema di mutui agevolati, in grado di favorire l’acquisto della struttura ricettiva da parte delle imprese che non ne sono proprietarie e che quindi non possono provvedere alle ristrutturazioni integrali che pure in alcuni casi sarebbero necessarie».
Soddisfazione è stata infine espressa sulle modalità di recepimento della direttiva pacchetti europea. Il testo inizialmente abbozzato dal Parlamento italiano avrebbe infatti rischiato di penalizzare fortemente gli hotel, soprattutto quelli di categoria medio-bassa, obbligando gli hotel, che avessero venduto servizi extra di valore complessivo superiore al 25% del totale costo camere, ad adempiere a tutta una serie di obblighi legati alla stessa normativa pacchetti. Con il paradosso che «un 5 stelle da 400 euro a camera a notte, intenzionato a fornire l’accesso in spiaggia ai propri ospiti, avrebbe per esempio evitato qualsiasi complicazione», ha sottolineato Bocca, «mentre un 3 stelle da 100 euro a notte con il medesimo prodotto spiaggia si sarebbe trovato costretto ad acquisire una licenza da agenzia di viaggio o da tour operator». Tutto si invece è risolto grazie a un emendamento dell’ultim’ora che ha escluso un’ampia serie di servizi considerati «intrinsecamente parte di un altro servizio turistico», tra cui il trasporto bagagli, i transfer, i pasti, la pulizia, il noleggio di bici o sci, l’accesso a piscine, spiagge, palestre, centri benessere, nonché «qualunque altro servizio integrativo tipico secondo la prassi locale».

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