trovalavoro
chiudi

INVIA L'ARTICOLO AD UN AMICO

Il tuo nome

Il tuo indirizzo e-mail

Il nome del tuo amico

L'indirizzo e-mail del tuo amico




Il cielo sopra Berlino è sempre più blu
Ma all’orizzonte si vede anche qualche nuvola. All’Ihif 2018 si è respirata tanta fiducia in un comparto più forte di qualsiasi crisi. Senza sottostimare però le potenziali criticità
di

Articolo

Tanto ottimismo che c’è quasi da preoccuparsi. Ma il cielo sopra Berlino sembra davvero sempre più blu. In occasione dell’edizione con il maggior numero di amministratori delegati della storia dell’International Hotel Investment Forum, oltre 80 in rappresentanza del Gotha degli operatori e degli investitori alberghieri globali, si è respirata grande fiducia. Fiducia in un comparto che attira sempre più capitali e che ha ampiamente dimostrato di essere più forte di qualsiasi crisi. Un clima di euforia che appare inattaccabile e che certo non invoglia a soffermarsi sui possibili segnali di allarme. Eppure, proprio di questo si è parlato durante lo speech di apertura della prima giornata. Perché qualche nuvola c’è in fondo a questo roseo orizzonte: «La cosiddetta stagnazione secolare è qui per rimanere», ha infatti raccontato Megan Greene, managing director and chief economist di Manulife Asset Management, una compagnia canadese con oltre 300 dipendenti in tutto il mondo. «Bassa crescita e bassa inflazione» sono tra i fattori che frenano l’economia globale.
La differenza sta tutta tra i dati soft e quelli hard, ha proseguito Megan Greene. I primi ci dicono che imprenditori e consumatori, soprattutto negli Usa, hanno raggiunto i livelli di fiducia massimi dagli anni della crisi. Se però si osservano i fondamentali economici a livello globale, gli hard data appunto, si scopre che non tutto va proprio a gonfie vele: nel mondo oggi c’è troppo debito, troppa regolamentazione e soprattutto troppa forza lavoro disponibile. Solo negli ultimi dieci anni, ha fatto notare la chief economist di Manulife, ben 2 miliardi di persone si sono aggiunte al novero delle risorse disponibili.
Nel mondo occidentale, per di più, la bassa produttività continua a essere una questione aperta: «Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale aiuterà senz’altro a migliorare la situazione, ma non credo che ribalterà il trend negativo», ha sottolineato ancora Megan Greene. In tema di debito, infine, «tutte le maggiori economie del globo sono oberate da un peso che dal 2008 a oggi è cresciuto costantemente».
Ciò detto, ci sono pur sempre delle evidenze positive, persino nel contesto degli hard data: i cicli economici paiono infatti oggi molto più lunghi rispetto al passato. E ciò anche grazie al lavoro delle banche centrali, che intervengono costantemente per supportare le imprese e calmierare in questo modo le evoluzioni recessive delle varie congiunture.
E poi l’ottimismo diffuso nel settore ha le sue buone ragioni d’essere: i tassi di occupazione nel Vecchio continente sono oggi mediamente più alti del 10% rispetto al picco pre-crisi del 2008, ha rivelato il managing director di Str, Robin Rossman, presentando il proprio Global Investment Outlook 2018. «E per quest’anno ci aspettiamo che in Europa il ricavo medio per camera disponibile cresca di un ulteriore 5%». Unica nota negativa sarà il Regno Unito dove, dopo il traino dei primi mesi post-Brexit garantito dal calo della sterlina, i livelli di occupazione hanno cominciato a scendere, seguiti ben presto dalle tariffe. «Il 2018 sarà difficile persino per Londra, dove ci aspettiamo una crescita del revpar limitata, inclusa in una forbice compresa tra lo 0% e il 2%», ha spiegato ancora Rossman.
Insomma, nonostante alcune nubi all’orizzonte (non molte per la verità), «al momento una montagna di soldi guarda con interesse all’hôtellerie», ha sintetizzato il managing director, Emea di Cbre Hotels, Keith Lindsay. «Se il 2017 è stato un anno frenetico per gli investimenti alberghieri, il 2018 sarà ancora più vivace». Lo testimoniano le cifre dell’Hotels Investor Sentiment Survey della stessa Cbre, secondo cui ben il 37% degli investitori ritiene che nei prossimi dodici mesi si assisterà a un aumento dei capitali disponibili per il settore. E a pensarla allo stesso modo nel 2017 era appena il 27% del campione interpellato.


News dalle major

Come spesso accade in queste mega-manifestazioni pensate soprattutto per favorire le relazioni tra gli operatori, niente di realmente nuovo è trapelato in occasione dell’evento berlinese. I rappresentanti delle major presenti hanno però ufficializzato alcune delle notizie annunciate nei giorni precedenti il convegno. È così che proprio durante l’Ihif, il gruppo Carlson Rezidor Hotel è diventato definitivamente Radisson Hotel, al fine di capitalizzare al meglio la forza del marchio più conosciuto del gruppo, di razionalizzare gli investimenti online e di migliorare la propria «brand awareness». Deutsche Hospitality ha invece confermato il lancio di Maxx by Steigenberger: posizionato nel segmento upscale, ma con standard particolarmente flessibili, il nuovo marchio intende aiutare la compagnia ad allargare il proprio portafoglio strutture. Fino a oggi, ha dichiarato infatti il ceo Thomas Willms, i requisiti più stringenti «degli altri nostri tre brand (Steigenberger, IntercityHotel e Jaz in the City) ci hanno spesso costretto a rifiutare l’affiliazione di strutture interessanti ma non adatte alla natura della nostra offerta».
Il gruppo InterContinental ha poi annunciato il nuovo concept Crowne Plaza per gli hotel europei della catena, pensato con spazi flessibili e multifunzionali, in grado di venire incontro alle esigenze dei viaggiatori d’affari del nuovo Millennio. Ma Ihg ha anche lasciato trapelare la propria intenzione di acquisire una piccola compagnia, «posizionata in un segmento di mercato subito al di sopra del nostro brand InterContinental», ha rivelato il ceo Keith Barr. Un’indiscrezione puntualmente confermata pochi giorni dopo, con l’ufficializzazione dell’accordo relativo al 51% di Regent Hotels, per un controvalore complessivo di 39 milioni di dollari. Ihg intende in così espandere il brand con sede a Taiwan dagli attuali sei alberghi a 40 strutture, compreso il prossimo rebranding dell’InterContinental Hong Kong, che fu originariamente aperto proprio come Regent nel 1980.
Nessuna novità è invece giunta da Accor, che ha ovviamente glissato su ogni domanda concernente la vendita, per 4,4 miliardi di euro, del 55% del ramo real estate AccorInvest a un pool di fondi sovrani e investitori istituzionali francesi e internazionali. Interessante è però apparsa la dichiarazione del ceo Sébastien Bazin in merito al valore dei brand: «Poco più di quattro anni fa, quando sono entrato in Accor, ero convinto che i marchi contassero di meno. Ma mi sbagliavo. I brand sono come un gruppo di amici su cui puoi sempre fare affidamento. Un modo di rendere le cose semplici ai viaggiatori in un mercato sempre più affollato». Per l’industria dell’ospita la questione, semmai, è un’altra: «Noi vediamo i nostri clienti in tre o quattro occasioni all’anno, mentre realtà come Facebook ci interagiscono 12 volte al giorno… Tuttavia, agli operatori online manca l’ultimo miglio: non incontrano mai di persona i consumatori. Noi sì».

COMMENTI

LASCIA UN COMMENTO

Nome *

Professione

E-mail

Commento *

Desideri ricevere un avviso quando viene pubblicato un commento successivo? Si No

* campi obbligatori