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Anche Italo parte (d’altronde è un treno…)
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A chi si rammaricava perché Italo è stato venduto a un gruppo finanziario - imprenditoriale americano Luca di Montezemolo rispondeva: «Dov’erano gli italiani disposti ad aiutarci, quando pochi anni fa eravamo sul punto di portare i libri in tribunale? Oppure adesso, dove sono gli imprenditori, capaci di acquistare un 40% della società prima di andare in Borsa?».
Pochi anni addietro in occasione della cessione di Bulgari ai francesi di Lvmh, Francesco Trapani, amministratore delegato della società, quando chi vedeva trasferire all’estero uno dei marchi più importanti della gioielleria nazionale lo biasimava, rispondeva: «Non era possibile fare altrimenti: abbiamo cercato di coinvolgere gli operatori del lusso in un gruppo che, con riferimento al made in Italy, creasse una massa critica di riferimento. Non c’è stato niente da fare, ognuno è voluto andare in maniera indipendente, per la propria strada», si legge sul 24 Ore: versione imprenditoriale del campanilismo del paese.
E così, una dopo l’altra, le attività di riferimento del nostro paese stanno passando in mani straniere. Gli stranieri sono benefattori? No, vedono le grandi opportunità legate alla qualità e alla riconoscibilità dei nostri prodotti.
Ora, probabilmente, sarà il turno dei nostri alberghi di livello. Lo shopping è già cominciato e anche in questo caso tra poco piangeremo lacrime di coccodrillo. Per fare impresa ci vuole visione, costanza, spirito imprenditoriale e sapersi mettere in gioco. Ma questa ultima capacità, spesso, ci manca.

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