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L’overtourism dal punto di vista dei viaggiatori
La soglia critica non è stata ancora oltrepassata, ma le destinazioni più popolari stentano a trovare la soluzione. E c’è anche chi sogna di poter affrontare problemi di questo tipo
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Un problema serio. In destinazioni come Venezia, Amsterdam e Barcellona, il cosiddetto «overtourism» è una questione assolutamente da non sottovalutare. Anche solo perché tra i residenti sta montando una crescente opposizione all’industria dei viaggi: persone timorose di vedere la qualità della loro vita deteriorarsi rapidamente, in città sempre più affollate di turisti. Nella stessa località catalana, come è noto, è stata promulgata una legge che limita fortemente lo sviluppo di nuove strutture alberghiere. E qualcosa di simile è accaduto anche a Venezia, dove si pensa pure di contingentare gli accessi a Piazza San Marco. Sempre in Italia, le cinque principali mete del Paese, Milano, Firenze, Roma, Napoli e naturalmente Venezia, hanno recentemente firmato un protocollo di collaborazione per la gestione dei flussi turistici, ispirato allo European tourism indicators system (Etis) lanciato nel 2016 dalla Commissione europea.
Ma se l’«overtourism» è già diventato una questione aperta dal punto di vista dei residenti, qual è il sentiment prevalente tra i viaggiatori che frequentano le mete più affollate? Stiamo già raggiungendo il punto critico, per cui l’eccessiva concentrazione di persone minaccia di rovinare l’esperienza di viaggio complessiva nelle location più famose? Apparentemente non ancora. Le destinazioni a rischio, però, devono muoversi velocemente, altrimenti la loro popolarità rischia di scivolare rovinosamente verso il basso.
«Quello che appare evidente dalle analisi mirate a creare il nostro country brand index biennale è che, a tutte le latitudini, il passaparola è ancora oggi il principale driver della domanda turistica. Una constatazione che rimane vera persino nell’era di Internet», racconta un esperto in materia di reputazione turistica come Gustavo Koniszczer, managing director Latino America di FutureBrand. «Fortunatamente, dal punto di vista della forza attrattiva delle destinazioni, le persone tendono a ricordare più facilmente le esperienze positive dei luoghi che visitano, rimuovendo istintivamente gli inconvenienti legati al sovraffollamento, alle lunghe file d’attesa e alla confusione generale…».
Ciononostante esistono degli specifici contesti in cui la soglia di non sopportazione è pericolosamente vicina: «Qualche anno fa a Roma ho avuto l’opportunità di visitare la Cappella Sistina. Tanta era la gente che la sensazione fu più quella di trovarsi a un concerto rock, piuttosto che all’interno di un museo», ricorda Koniszczer. Eppure, persino in circostanze tanto estreme, la maggior parte delle persone trova ancora consolazione nell’idea che siano disponibili delle alternative concretamente percorribili per evitare la folla. L’errore sta nelle proprie decisioni errate, piuttosto che nel cronico sovraffollamento dell’attrazione: la prossima volta, si dicono, meglio pagare una fee aggiuntiva per saltare la coda all’entrata o visitare i musei Vaticani in orari non di punta…
Si tratta di un approccio alla percezione dell’esperienza di viaggio piuttosto diffuso, che naturalmente aiuta molto destinazioni come la Città Eterna a preservare intatta la propria forza di attrazione. Il rischio però non va affatto sottovalutato, perché il confine da non oltrepassare è pericolosamente vicino: «Se le mete più popolari non cominciano ad affrontare seriamente la questione, l’esperienza dei turisti potrebbe deteriorarsi al punto da trasferirsi direttamente al passaparola di persone troppo infastidite per non ricordare gli aspetti più negativi del proprio vissuto di viaggio», osserva il managing director argentino.
Quali quindi le possibili soluzioni? «Sfortunatamente molte delle ricette già adottate, o anche solo al centro del dibattito contemporaneo, contemplano esclusivamente misure restrittive o disincentivanti, quali per esempio l’aumento delle tariffe di entrata o il contingentamento degli accessi a determinati luoghi. Ma esiste una terza via decisamente più creativa per affrontare il problema: ampliare i confini della proposta turistica di ciascuna località, realizzando menu di offerta multipli per ogni singola destinazione. Le campagne di comunicazione e di marketing territoriale, in particolare, dovrebbero evitare di concentrarsi solo sulle attrazioni principali, provando a presentare ai viaggiatori idee e opportunità originali, opportunamente trasformate in prodotti turistici accessibili».
Spostandoci al di fuori dei ristretti confini della nostra Europa, il punto di vista sull’«overtourism» può però cambiare in maniera sorprendente. In effetti, negli ultimi tempi si è parlato così tanto di questo fenomeno, da rischiare di farci dimenticare che esistono realtà dove il problema è radicalmente opposto: «Nella stragrande maggioranza dei paesi del Sud America, l’”overtourism” è un sogno più che un incubo», sottolinea Koniszczer. In fondo, a queste latitudini non esistono luoghi dove l’entità dei flussi turistici annuali supera costantemente il numero dei residenti, come invece avviene in diverse mete del Vecchio continente. «Dalle nostre parti, persino gli obiettivi ufficiali in termini di arrivi, per quanto ambiziosi possano essere, appiano quasi ridicoli se confrontati con quelli di destinazioni come l’Italia», aggiunge il managing director FutureBrand.
Il suo riferimento è in particolare al Perù, in cui ha recentemente condotto personalmente un progetto di destination branding: un paese dal grande potenziale, grazie alla sua emergente cultura culinaria, al retaggio Inca e a molte altre e diverse attrazioni. Eppure il numero di visitatori internazionali, che sceglie la destinazione andina come meta dei propri viaggi, ammonta appena a 3 milioni di turisti: niente, se comparati agli 84,5 milioni di visitatori che si sono recati in Francia nel 2016, ai 68,8 milioni che hanno preferito la Spagna o ai 50,7 milioni che sono venuti in Italia (dati tratti dall’ultimo rapporto Unicredit – Touring Club, ndr).
«Il problema è la carenza di strategie coerenti e di infrastrutture adeguate», spiega sempre Koniszczer. «Paradossalmente, infatti, se il flusso di turisti verso il Perù dovesse aumentare improvvisamente, sarebbero costretti a rimandarli indietro, semplicemente perché al momento l’offerta di ospitalità è assolutamente carente. Tra poco più di un anno e mezzo, Lima ospiterà i Giochi Panamericani. Ma ancora oggi una delle questioni più dibattute è come spostare le persone in città e dove ospitarle».
Persino tra le Ande esiste tuttavia un paio di mete specifiche, dove una sorta di effetto «overtourism» comincia a farsi sentire: «Anche se in questo caso parlerei più che altro di disequilibrio turistico», conclude il managing director. «L’80% dei visitatori che si reca in Perù atterra infatti a Lima, per poi spostarsi a Cuzco e a Machu Picchu. Tale tendenza può naturalmente alla lunga generare dei problemi alla tutela del patrimonio archeologico Inca. Insieme a una serie di misure volte ancora una volta a limitare il numero degli accessi, le autorità nazionali stanno quindi oggi cercando di deviare almeno parte dei flussi verso altre mete. I loro sforzi in tal senso, tuttavia, devono continuamente confrontarsi con una cronica mancanza di infrastrutture di trasporto adeguate».

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