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Una fiaba. C’era una volta…
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A Mazzorbo di Torcello, là, nella laguna veneta, dove d’inverno il cielo si fonde con l’acqua e la terra sembra galleggiare in una spessa coltre grigia, un giorno un viticoltore di Valdobbiadene intravvide in un orto alcune piante di vite che non conosceva. Chiese a un vecchio che le stava curando di che vitigno si trattasse, e lui gli spiegò che erano Dorona, il vitigno dei Dogi, e che ormai ne esistevano, in tutta la laguna, solo poche piante: «Sì, le curiamo con grande amore, anche se sono difficili da tenere. Già a un metro e mezzo sotto terra si trova acqua salmastra e, spesso, d’inverno con l’alta marea, l’acqua della laguna lambisce gli arbusti. Ma noi vogliamo loro bene, vicino alle viti piantiamo delle rose e, delicate come sono, ci segnalano eventuali malattie, prima che si propaghino».
E così il viticoltore si innamorò di queste piante ed estese la ricerca alle vicine isole della laguna, sino a raccoglierne 80. Da lì partì un sogno che, in dieci anni, ha portato a un vigneto di un ettaro che produce quasi 4 mila bottiglie l’anno. Poche, per giustificare una produzione industriale, ma tante se gratificano l’impegno e riscaldano il cuore. Anche i dogi sarebbero riconoscenti.
Come in questo fortunato caso, nel nostro Paese ci sono tante realtà da riscoprire, curare e salvare. E ogni volta che abbiamo recuperato un prodotto, una tradizione, un’opera d’arte ci siamo arricchiti. Non solo chi usufruisce di quel bene, ma tutti noi in un sistema che, non dimentichiamolo, si chiama Italia.

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