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Le quattro bugie della sharing economy
Tasse, voucher e parity rate tra gli altri temi caldi della sessantasettesima assemblea Federalberghi di Rapallo
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Non è vero che si tratta di attività occasionali; non è vero che si parla esclusivamente di piccoli redditi; non è vero che si condivide l’esperienza con il titolare; non è vero che le nuove formule tendono a svilupparsi dove c’è carenza di offerta. Sono le quattro bugie della sharing economy secondo Federalberghi. L’occasione per raccontare il punto di vista degli albergatori italiani sulla cosiddetta economia della condivisione è stata la sessantasettesima assemblea di Federalberghi, svoltasi presso l’Excelsior Palace di Rapallo. Un tema scelto affatto a caso, stante la discussione in corso in Parlamento sulla conversione del decreto legge sulla “manovrina”: il dispositivo contiene infatti anche le nuove norme, che assegnano ai portali il compito di prelevare alla fonte una cedolare secca pari al 21% del prezzo pagato dai clienti degli appartamenti in affitto. E il dibattito infuria, con i protagonisti dell’intermediazione per gli affitti brevi che fanno pressione al fine di modificare la misura alle Camere.
A supportare la denuncia Federalberghi, giunge quindi un dettagliato monitoraggio di aprile 2017 sull’offerta italiana del portale Airbnb, realizzato in collaborazione con la società Incipit Consulting. E l’analisi sottolinea proprio come la maggior parte degli annunci (il 76,3%) si riferirebbe ad alloggi disponibili per oltre sei mesi all’anno. Che oltre la metà delle proposte rilevate (il 56,77%) sarebbe stata pubblicata da persone responsabili di più offerte, con i casi limite di pseudonimi di comodo quali «Guido», 507 le sue soluzioni abitative, e «Simona», a quota 347. Che una fetta consistente di annunci (il 70,6%) riguarderebbe l’affitto di interi appartamenti, in cui non abita nessuno. Che gli alloggi, infine, sarebbero concentrati soprattutto nelle grandi città e nelle principali località turistiche, dove è maggiore la presenza di esercizi ufficiali.
«Al fisco oggi risultano qualcosa come 33 mila contribuenti che gestiscono locazioni brevi», ha quindi rincarato il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca. «Solo su Airbnb, durante la settimana di Pasqua (caduta quest’anno in aprile, ndr), c’erano 214 mila annunci. Sia chiaro: noi albergatori non siamo contro la concorrenza. Se qualcuno vuole entrare nel nostro settore sotto qualsiasi forma, con qualsiasi tipo di offerta, deve essere libero di farlo. Ma chi entra nell’arena competitiva deve rispettare un principio: stesso mercato, stesse regole!».
Tanto più che gli esempi internazionali di regolazione del fenomeno affitti brevi non mancano affatto. A cominciare dalla Francia, dove è stata da poco introdotta la cosiddetta legge Lamaire, dal nome del ministro per gli Affari digitali transalpino. La nuova norma dà in particolare facoltà ai comuni sopra ai 200 mila abitanti, e a tutte le municipalità situate nell’area metropolitana di Parigi, di introdurre, in capo ai proprietari degli immobili in affitto, un obbligo di registrazione digitale, con un codice identificativo che i portali d’intermediazione sono tenuti a pubblicare a fianco di ogni singolo annuncio. In maniera simile al caso della cedolare secca italiana, la novità sta proprio in quest’ultimo aspetto. In molte località francesi era infatti già in vigore un obbligo di registrazione generico, ma nel mare magno del web i controlli risultavano piuttosto difficili. Allo stesso modo, nel nostro paese è la decisione di trasformare i portali in veri sostituti d’imposta a rendere la norma realmente efficace. Anche prima, infatti, tutti i locatari erano naturalmente tenuti a pagare le tasse relative (che anzi, essendo legate all’aliquota Irpef, erano nettamente più alte), solo che non era sempre agevole monitorare tutte le attività.
Un attacco duro quello di Federalberghi, a cui Airbnb, interpellata a caldo dall’Ansa, ha preferito rispondere con un laconico «No comment». Pronta invece la reazione di Confedilizia, che ha definito folkloristici i dati Federalberghi, attaccando soprattutto singoli punti dell’analisi ma senza approfondire l’impianto generale della stessa. Peraltro ancora Bocca si è detto pronto «a mettere gli elenchi nominativi (raccolti nella ricerca, ndr) a disposizione delle autorità investigative competenti e delle amministrazioni nazionali e territoriali». Perché «le buone regole servono a poco se non sono accompagnate dagli opportuni controlli».
Ma i temi cari agli hotelier tricolore non si esauriscono certo nella sola sharing economy. Alcuni argomenti, anzi, ritornano quasi immutabili negli anni: come per esempio la questione «parity rate». La norma che ne vieterebbe l’applicazione nei contratti con le agenzie online è infatti da quasi un biennio impantanata nel disegno di legge sulla concorrenza in discussione in Parlamento: una serie di misure che in teoria le Camere sarebbero tenute ad approvare annualmente, ma che, a causa della pressione di tutte le lobby interessate al provvedimento, dal 2009 a oggi non ha mai visto la luce (il dl attualmente sotto esame è il primo a essere per lo meno approdato in Parlamento, ndr). Certo, grazie all’approvazione del dispositivo al Senato, qualcosa ultimamente si è mosso. Ma ora la norma deve tornare nuovamente in seconda lettura alla Camera dei deputati. Stante le premesse, risulta perciò difficile fare previsioni sui tempi ancora necessari per la conclusione dell’iter.
«Stare sul mercato, rispondere in maniera adeguata alle esigenze della clientela, essere competitivi in un settore sempre più caratterizzato dall’innovazione tecnologica e di prodotto richiede investimenti significativi a fronte di un ritorno tutt’altro che garantito», ha quindi ripreso il presidente di Federalberghi. «È opinione diffusa che le aziende italiane, e quelle turistiche non fanno eccezione, siano sottocapitalizzate e ricorrano in maniera non fisiologica ai capitali di terzi, che per la generalità delle imprese tricolore significa al credito. Potremmo aggiungere che, nella maggioranza dei casi, tale ricorso avviene attraverso strumenti di breve termine, strutturalmente inidonei a soddisfare un fabbisogno di lungo periodo».
Ma ancora più critica, per gli albergatori, è la questione tasse: «I margini delle nostre imprese, sempre più ridotti dalla competizione e dall’intermediazione, sono falcidiati da una pressione fiscale che, stando agli ultimi dati Eurostat, è di 8,6 punti percentuali al di sopra della media dei paesi dell’Unione, nonché di 6,8 punti maggiore della media dei paesi dell’eurozona. In particolare, è la tassazione sugli immobili, nelle sue diverse componenti, ad aver raggiunto un peso insostenibile. Stimiamo che gli alberghi italiani paghino ogni anno circa 893 milioni di euro solo di Imu e Tasi, equivalenti a una media di 26.487 euro per albergo e 817 euro per camera. L’onere è poi ulteriormente aggravato dal fatto che l’imposta si paga anche se la struttura è chiusa o vuota. O ancora peggio, se i bilanci sono in rosso».
Altro argomento caldo per gli albergatori italiani è quindi quello dei voucher: «La legislazione del lavoro, dopo alcune azioni promettenti, è tornata a penalizzarci», ha spiegato Bocca. «Mi riferisco in particolare alla recente abolizione dei buoni lavoro, che rappresentavano uno strumento assi utile per le nostre aziende. Si è preferito cedere al furore ideologico e buttare via il bambino con l’acqua sporca (il richiamo, evidente, è al timore per l’incombente referendum, che avrebbe spinto il governo a fare marcia indietro sui voucher introdotti con il Jobs act, ndr). Non sarà facile individuare uno strumento alternativo altrettanto valido nel coniugare la possibilità di effettuare prestazioni di breve durata, con un trattamento fiscale di favore per il lavoratore e la possibilità di continuare a fruire dell’indennità di disoccupazione».
Infine, una battuta sul nuovo Piano strategico del turismo: «Io ho ancora nel cassetto i piani fatti dalla Brambilla e da Gnudi con Boston Consulting», ha dichiarato Bocca. «Ora ho riempito un altro cassetto. Gli spazi sono finiti. Trovandoci vicini alle elezioni, ci auguriamo che il prossimo governo metta in atto uno di questi piani e che non ne commissioni un altro, senza accostargli voci di spesa e priorità. Noi abbiamo partecipato alla redazione del Pst: è un’elencazione delle cose che bisogna fare. Lo sapevamo da soli».


Le richieste in materia fiscale

Portare al 100% la deducibilità dall’Irap del costo del lavoro relativo ai contratti a tempo determinato ed eliminare il contributo aggiuntivo dell’1,4% sui contratti a tempo determinato stagionali
Escludere gli immobili strumentali dall’Imu o almeno renderla deducibile dai redditi d’impresa
Rendere strutturale il tax credit per la riqualificazione e la digitalizzazione, aumentando le risorse stanziate e superando il meccanismo del click day
Definire un regolamento quadro dell’imposta di soggiorno, in modo da evitare abusi e fughe in avanti
Commisurare Tari e Tasi all’effettivo utilizzo delle strutture, perché è ingiusto pagare anche quando si è chiusi.
Evitare ogni possibilità di un eventuale aumento dell’Iva.

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