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Al Punta Tragara è ancora Dolce vita
Il gm Paolo Federico: «In Italia abbiamo un ingrediente che gli altri ancora non hanno: gli italiani».
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Trovare le stesse persone che conoscono bene i tuoi gusti: che sanno, per esempio, come ti piace avere la camicia stirata e qual è il tuo whiskey preferito… È un lusso dal sapore autentico quello che si respira al Punta Tragara, 5 stelle affacciato sui Faraglioni di Capri, le cui nobili origini risalgono nientemeno che a Le Corbusier: l’architetto svizzero, che progettò la struttura, definì quella che all’epoca era Villa Vismara «una specie di fioritura architettonica, un’emanazione della roccia, una filiazione dell’isola, un fenomeno vegetale». Ecco perché alla guida di una struttura simile, 44 camere e suite più due ristoranti aperti sette mesi all’anno e gestiti da uno staff a regime di 63 persone, non poteva che esserci un general manager come Paolo Federico. Caprese doc, è un vero padrone di casa, che qui vive e lavora da quasi 25 anni e che del Punta Tragara si può dire conosca davvero l’anima: room division manager della struttura dal 1993, ne è diventato hotel manager nel 2004, per poi assumere il ruolo di gm a febbraio 2014.

Domanda. Come si fa a rimanere tanti anni nella stessa struttura?
Risposta. Vede, io sono nato a Capri. E come molti isolani, ho l’indole di chi vuole rimanerci. Poi io ai progetti mi affeziono. Con la famiglia Manfredi (i proprietari dell’hotel, ndr), ormai si può dire che si sia instaurato un vero rapporto di amicizia.
D. Ma non si rischia di perdere motivazioni?
R. Per me ogni nuova stagione è come se fosse la prima. In fondo, è questo il sale della nostra professione: non si arriva mai, c’è sempre qualcosa da imparare. A ciò si aggiunga poi quella spinta continua a sperimentare e a creare qualcosa di nuovo, che solo un’innata curiosità può garantire. Il mio ruolo inoltre mi consente di viaggiare spesso, e di confrontarmi con il mercato globale. Non solo: crescere professionalmente nel Punta Tragara mi ha pure garantito il privilegio di rimanere veramente me stesso.
D. In che modo?
R. Spesso chi fa carriera nel mondo dell’ospitalità di oggi finisce per essere intrappolato dai numeri: chiuso nella propria stanza a fare calcoli, rischia così di perdere quella sensibilità che solo il contatto diretto con gli ospiti può garantire. Qui invece l’approccio è sempre familiare e rimane distante dalle logiche più spinte dei super strateghi del marketing.
D. Come definirebbe il lusso del Punta Tragara?
R. Trovare un aggettivo è forse allo stesso tempo complicato e riduttivo. Diciamo che il nostro obiettivo è quello di dare la possibilità, a chi viene da noi, di staccare veramente la spina, di godere di uno scenario incomparabile e di badare al proprio benessere più intimo e reale. Meno importanza, quindi, a fattori come la televisione da 40 o 50 pollici in camera, che poi molti dei nostri ospiti ne hanno una da 100 pollici a casa loro, ma più attenzione agli aspetti impalpabili dell’ospitalità: la possibilità di trovare le stesse persone che conoscono bene i tuoi gusti, che sanno come ti piace avere la camicia stirata e qual è il tuo whiskey preferito… Qui a Capri ho visto capitani d’industria e grandi manager andare in giro scalzi per le strade dell’isola. E ciò è possibile solo nei luoghi capaci di offrire alle persone il privilegio di essere veramente libere di star bene con loro stesse.
D. In un contesto che richiama ancora il fascino della Dolce vita, quanto conta il ruolo del concierge?
R. È fondamentale. Pur assicurando l’imprescindibile unicità che il reparto del ricevimento deve oggi necessariamente avere, abbiamo scelto di mantenere l’identità specifica della portineria. Il nostro concierge, Anna Manzo, figlia d’arte del portiere del Quisisana, ha ricevuto tra l’altro proprio in questi giorni le preziose Chiavi d’Oro. Il suo è sempre il ruolo classico, quasi da padrona di casa: una figura con cui gli ospiti possono confidarsi e un referente sempre presente sull’isola, a cui chiedere consigli anche quando si è lontani. Un modo, in fondo, per entrare realmente nella vita degli ospiti.
D. A fronte di tanti elementi di continuità, c’è stata almeno qualche piccola evoluzione nel lusso alberghiero in tutti questi anni?
R. Qualcosa sì, naturalmente. La ristorazione, per esempio, non può davvero più mancare. Una volta a definire l’essenza di un hotel di lusso, bastavano forse il concierge e la qualità della camera. Ora serve anche un’offerta f&b adeguata al contesto. Solo un binomio hotel – ristorante perfetto è infatti in grado di rendere pienamente reale il termine “casa”, nel senso che noi professionisti dell’hôtellerie gli diamo quando ci riferiamo alle nostre strutture.
D. Non è cambiato nient’altro?
R. Da parte della clientela uplevel, c’è un certo qual modo nuovo di intendere le tariffe.
D. Cosa intende esattamente?
R. Un tempo, spendere tanto era di per sé uno status symbol. Bastava quasi solo il costo elevato a rendere una cosa di valore. Sebbene nessuno a certi livelli faccia certo “i conti della massaia”, oggi però gli ospiti mostrano tutti una maggiore consapevolezza. La chiave, allora, sta nell’offrire un’esperienza di valore reale e nel saperne comunicare adeguatamente la natura: una volta conquistata la loro fiducia, il prezzo torna a essere un fattore meno importante.
D. Come si fa a rimanere competitivi in un mercato sempre più globalizzato e agguerrito?
R. In Italia abbiamo un ingrediente che gli altri ancora non hanno: gli italiani. Con tutte le nostre pecche e le nostre imperfezioni, il nostro senso dell’ospitalità è unico e ci viene riconosciuto a livello mondiale.
D. Anche i popoli orientali sono però noti per la qualità della loro accoglienza…
R. Vero, sono davvero perfetti. Forse troppo. E poi hanno quel senso rigido della gerarchia, che a volte non consente loro di osare. Dalla nostra parte, noi abbiamo un’empatia innata: quella capacità, cioè, di percepire sempre dove si trova il confine tra affabilità e invadenza. Ed è proprio l’empatia il cuore dell’accoglienza. Altrimenti non si spiegherebbe perché, in italiano, con la parola “ospite” si intende al contempo chi ospita e chi è ospitato…
D. A proposito di risorse umane: qual è l’identikit dello staff del Punta Tragara?
R. Chi lavora da noi deve prima di tutto essere disponibile a condividere un progetto. Una delle mie missioni principali è quella di creare le condizioni migliori perché ognuno si possa esprimere al meglio. Sta poi a ciascuna risorsa rispondere alla sfida: è un compito faticoso ma potenzialmente molto appagante. Anche perché il nostro stesso concetto di lusso ci impone di ridurre al minimo i livelli di turnover.
D. Quali sono le vostre strategie di retaining?
R. Siamo un’azienda sana, che mantiene le proprie promesse. Non convinciamo le persone con stipendi necessariamente superiori ai competitor, ma diamo compensi adeguati, questo sì, e ci impegniamo a rispettare le regole. Il tutto senza mai dare l’idea che il bilancio dell’hotel si regga sul contenimento dei costi del personale. A tutto ciò aggiungiamo infine tanta formazione e numerose opportunità di crescita.


La storia della struttura

L’aveva chiamata «Stracasa», perché era qualcosa di più di una semplice dimora. Nel 1920 Emilio Errico Vismara, ingegnere lombardo, sceglieva lo spettacolo grandioso di Punta Tragara, per costruire la propria villa a picco sul mare e con vista sui Faraglioni. A seguirlo nel progetto è Le Corbusier, che descrive l’edificio come «una specie di fioritura architettonica, un’emanazione della roccia, una filiazione dell’isola, un fenomeno vegetale». Con la stessa naturalezza, pochi anni dopo Villa Vismara entra nell’attualità della storia, accogliendo il comando americano durante la Seconda guerra mondiale. Tra gli ospiti illustri, i generali Dwight Eisehnower e Mark Clark, nonché sir Winston Churchill. La pace porta a Capri l’euforia della Dolce vita e, nel 1968, Goffredo Manfredi acquista la villa per sua dimora di vacanza. Cinque anni più tardi la trasforma quindi in albergo. Da allora l’Hotel Punta Tragara ha intrapreso un percorso di crescita importante che gli ha consentito di raggiungere i massimi livelli dell’ospitalità caprese. Insieme al romano Palazzo Manfredi, la struttura fa oggi parte della Manfredi Fine Hotel Collection, dello stesso Goffredo e di suo fratello Leonardo Ceglia.

COMMENTI
«Provo sana invidia per il Collega che può ancora dedicarsi agli Ospiti, magari accogliendo di persona i più importanti e comunque gli "abituali". Credo sia una prerogativa oggi riservata solo agli alberghi stagionali. In città il ruolo è quello descritto dal direttore Federico: alle prese con i numeri e la sfrenata concorrenza, Tutto per, in qualche modo, far quadrare i conti a fine anno. Auguri!!
Postato da filippo tomaselli , direttore d'albergo - 17:48:57 13-01-2017

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