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In cerca di nuove prospettive
Uno studio R&d hospitality, nuovo partner Pkf, getta una luce inedita sul panorama ricettivo italiano
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Troppo frammentato e costituito da una strabordante maggioranza di hotel piccoli. Anzi eccessivamente piccoli. È questa l’immagine da sempre associata allo scenario alberghiero italiano. Ma è un quadro ancora così realistico? Per gran parte la risposta non può naturalmente che essere sì. Eppure qualcosa si muove. Soprattutto negli ultimi anni. Osservando il mercato della Penisola da una prospettiva differente, si può per esempio notare quanto diffusi e numerosi siano i gruppi alberghieri italiani. Non solo: la recente crisi ha pure rimescolato un po’ le carte. Alcune compagnie si sono dovute ridimensionare: è il caso per esempio di Domina e Boscolo (di cui tra l’altro si aspetta a momenti l’annuncio del soggetto a cui affidare l’esclusiva per l’acquisto degli hotel del gruppo, ndr). Altre invece si sono repentinamente sviluppate, molte approfittando anche delle mutate condizioni di mercato per spuntare contratti più equilibrati e meno onerosi con i proprietari.
È quanto si è scoperto recentemente a Bergamo, in occasione della due giorni Tourism Investment, organizzata da Pkf hotelexperts Italy: una nuova partnership sorta dalla collaborazione tra l’omonima compagnia di consulenza viennese e l’italiana R&d Hospitality. A sancire un quadro in lento divenire è stata una dettagliata analisi della stessa Pkf sull’offerta di catena nazionale. Lo studio ha preso in considerazione solamente le strutture con almeno 100 camere oppure, in alternativa, appartenenti a gruppi costituiti da almeno due strutture per un totale stanze sempre superiore a 100.
Si viene così a sapere che il mercato italiano sarebbe costituito da qualcosa come 1.603 hotel corrispondenti a questa definizione, per complessive 188.988 camere e una dimensione media pari a 118 stanze per proprietà. Il 73% di queste è quindi rappresentato da alberghi brandizzati, per un totale di circa 1.170 strutture e 138 mila stanze. Considerato che l’offerta italiana ammonta nell’insieme a 1,1 milioni di camere, la quota di stanze “griffate” da un marchio si aggirerebbe attorno al 12,6%. Una percentuale peraltro vicina al 13,6% già individuato, sulla base di parametri leggermente diversi, da un altro studio ad hoc realizzato a inizio anno da Horwarth Htl. E comunque nettamente superiore a quel 4%-6%, che si sente immancabilmente ripetere come un mantra ogni volta che si parla del peso dell’offerta di catena sul mercato alberghiero nazionale (va detto, tuttavia, che tale percentuale rimane invece pressoché valida se, al posto delle camere, torniamo a considerare il numero degli hotel, ndr).
Ancora più interessante appare però probabilmente il dato per cui in Italia sarebbero attivi qualcosa come 600 gruppi nazionali, molti dei quali troppo piccoli per essere mai considerati in qualsivoglia indagine internazionale. E ciò perché frequentemente nascosti, nelle statistiche ufficiali, dal fatto di essere compagnie «white label» (ossia specializzate nel gestire hotel brandizzati con marchi altrui, ndr): una pletora di operatori, insomma, molti dei quali dotati di un ottimo livello di professionalità, ma spesso di interesse esclusivamente regionale o concentrati in una piccola area del Paese. La loro offerta complessiva, tuttavia, non è affatto marginale, tanto che ammonta a ben 774 alberghi, di dimensioni medie pari a 107 stanze per hotel, per un totale di 82.570 camere, i tre quarti delle quali circa appartenenti al segmento 4 stelle.


La tavola rotonda

«Siamo davvero stanchi di essere inclusi in benchmark esclusivamente dedicati al gruppo dei cosiddetti Pigs (Portogallo. Italia, Grecia e Spagna)». È il commento del presidente di Confindustria Alberghi, Giorgio Palmucci, a una slide comparativa di livello internazionale mostrata a Tourism Investment dal ramo viennese di Pkf. A margine della presentazione della ricerca si è svolta infatti un’affollata tavola rotonda che ha visto la partecipazione di un buon numero di rappresentanti dell’hôtellerie italiana e internazionale.
Ne è emersa così da una parte l’esigenza, e l’orgoglio, di considerare la nostra Penisola nella sua unicità di paese economicamente sano. Ma anche, da un altro canto, la consapevolezza della strada ancora da percorrere, per attirare l’interesse che meriterebbe il nostro sistema alberghiero e immobiliare-turistico da parte dei capitali internazionali: «Noi albergatori abbiamo sempre mostrato una certa reticenza nel rendere pubblici i nostri dati», ha in particolare osservato con molta onestà intellettuale Giovanna Manzi: per la ceo di Best Western Italia è quindi soprattutto una questione di trasparenza: «Sono perfettamente d’accordo nel dire, come il ceo di Airbnb, Brian Chesky, che non tutto quello che conta si può sempre contare. Ciò è vero però solamente quando hai finito di contare tutto quello a cui si può associare una cifra o un numero preciso».
In effetti, le ha fatto quindi eco Giorgio Bianchi, Pkf partner, «a noi, e ai nostri colleghi austriaci, è capitato abbastanza frequentemente di ricevere richieste da parte di investitori internazionali interessati a gruppi italiani con un fatturato annuo superiore ai 50 milioni di euro». Ma il problema, spesso, non è solo e tanto trovarli, quanto semplicemente ottenere tali informazioni dalle compagnie del nostro paese.

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