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In fotografia sembrava diversa…
Immagini, hotel e realtà: come mettersi al riparo dal rischio aspettative deluse e recensioni negative
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Le foto sono sempre state un elemento imprescindibile delle strategie di promozione alberghiera. D’altronde, è risaputo, «una bella immagine può più di tante parole». Tuttavia è altrettanto noto che “ingannare” un potenziale cliente con immagini abbellite ad hoc può costare davvero caro. Soprattutto nel mondo di oggi, in cui l’effetto passaparola è amplificato enormemente dai social media. Inutile è poi soffermarsi sugli effetti perniciosi di una brutta fotografia. Ecco allora la necessità di poter disporre di uno shooting ben fatto: bello da vedere e in grado di riprodurre fedelmente la realtà delle cose. Come scegliere quindi il professionista adatto allo scopo? Inizia su questo numero di Job in Tourism un viaggio nel mondo delle immagini, che non pretende di essere un vero e proprio corso di fotografia, ma che vuole dare agli albergatori i mezzi per valutare al meglio l’operato delle persone a cui eventualmente affidare la realizzazione degli scatti del proprio hotel. Si tratteranno così le principali problematiche da affrontare, spiegando in modo semplice e immediato come un professionista preparato si confronti con le varie criticità.

Nella fotografia di interni si presentano condizioni di illuminazione difficilmente riscontrabili in altri contesti; condizioni che richiedono una certa dimestichezza tecnica per non incorrere in errori che possano compromettere il risultato dello shooting. Immagini non all’altezza del loro compito danneggiano infatti la reputazione dell’hotel e il suo brand. D’altronde si sa che l’attenzione dell’osservatore online viene catturata in primo luogo, e in pochi secondi, da ciò che nota immediatamente sullo schermo: di solito le immagini, le offerte e, successivamente, le recensioni. Solo al momento dell’arrivo dell’ospite in hotel entrano quindi in gioco i fattori chiave dell’ospitalità: la professionalità, lo stile, l’ordine, la pulizia, la cortesia...
Ma quali sono allora che le condizioni da considerare nella fotografia di interni alberghieri?
La base sta sicuramente nell’illuminazione: quante fonti di luce, e non parlo di numero di lampade, si possono trovare in una stanza? E che tipi di fonti sono? La luce esterna naturale, quella interna artificiale, a led, a incandescenza, al neon… E che colore hanno? In letteratura, il colore della luce si misura in temperature espresse in gradi Kelvin (K). La luce solare, per esempio, ha una temperatura di 5 mila gradi Kelvin ed è considerata neutra, anche se la stessa può variare in base all’ora della giornata (avete presente il tramonto?). Le luci artificiali, invece, oscillano tra i 3.500 gradi (calda-gialla) e i 6 mila gradi (fredda-azzurra). Ovviamente ci possono essere situazioni estreme o condizioni in cui la luce artificiale è paritaria alla luce solare. In questa sede, però, è mia intenzione spiegare gli ostacoli con cui un fotografo si confronta e come può risolverli a prescindere dall’esatta tonalità di una lampada.
Dunque, le opzioni a nostra disposizione sono fondamentalmente quattro: fotografare usando solo la luce esterna; fotografare usando solo la luce interna; fotografare usando la luce esterna ma aggiungendo fonti di luce alternative (flash: da due fino a otto, in certi casi anche oltre. I flash hanno una temperatura colore simile a quella solare); fotografare infine usando entrambi i tipi di luce: interna ed esterna.
E quali sono i rispettivi risultati? Utilizzando solo la luce esterna, nel 90% dei casi la camera tende a essere scarsamente illuminata nelle aree interne, con l’eccezione della zona delle finestre. Utilizzando solo la luce interna si hanno invece due possibilità: o si fotografa di sera, quando fuori è buio, con risultati frequentemente discutibili; oppure ci si deve confrontare comunque con un mix tra due fonti di luce: quella interna e quella esterna. Tutto ciò senza considerare il fatto che spesso, in una stanza, si trovano lampade diverse, con temperature colore differenti, e persino paralumi che possono aggiungere un ulteriore colore all’ambiente.
Servendosi della luce esterna con l’aggiunta di fonti alternative quali i flash si possono poi ottenere delle immagini spettacolari, che tuttavia richiedono un’abilità notevole nel controllo della luce stessa. Il problema, in ogni caso, è che in questo modo si crea una condizione che nella realtà non esiste: l’ospite al suo arrivo non troverà mai l’atmosfera ritratta nella foto.
Per vedere con i vostri occhi quanto detto, provate a digitare su Google «fotografie hotel», andate su «immagini» e guardate il risultato: le foto di esterni realizzate prima del tramonto danno perfettamente l’idea dell’effetto creato dal mescolare luci a temperature colori differenti; l’acqua della piscina, il cielo, il mare sono di un blu intenso, le luci dell’hotel variano dal magenta al giallo, al neutro, a seconda del tipo di correzione che il fotografo ha voluto apportare all’immagine e della fonte di luce con cui si è confrontato. Ma se questo tipo di effetto è gradevole per le foto raffiguranti la facciata, lo stesso non si può dire per le immagini d’interni.
Conclusione? La fotografia migliore si ottiene quasi sempre tramite l’uso contemporaneo della luce interna ed esterna. In fondo, i punti luce di una stanza (lampade, lampadari, abat-jour, applique…) difficilmente sono frutto del caso e piazzate dove capita. Perché quindi non valorizzarle al meglio?
Ed è proprio qui che entra in gioco la preparazione del fotografo: sarà capace di evitare che una delle luci prevalga sull’altra? Di bilanciarle adeguatamente, in modo che i colori siano corretti anche quando la luce esterna è azzurra e quella interna, al contrario, gialla? Sarà capace, insomma, di compensare le diverse intensità della luce?
Il nostro occhio è fantastico ed è in grado di vedere correttamente all’interno di una stanza con poca luce e immediatamente dopo all’aperto, in una giornata estiva con un sole intenso. La macchina fotografica non è così efficiente e ha bisogno di attenzioni particolari per renderla in grado di comportarsi come il nostro occhio fa naturalmente.
Per risolvere questo problema, si utilizza perciò una tecnica ad hoc, chiamata braketing: si realizzano cioè tanti scatti della stessa scena con esposizioni differenti (da tre a nove o anche oltre, dipende dalle condizioni di luce). Successivamente, nella fase definita post-produzione, la serie di foto così ottenuta viene corretta e gli scatti uniti tra di loro per creare una sola fotografia bilanciata correttamente, che in gergo tecnico si definisce hdr: high dynamic range (ampia gamma dinamica).
L’immagine così ottenuta, ormai “perfetta”, riesce a mostrare l’interno e l’esterno senza che un colore prevalga sull’altro. In questo modo si può persino vedere fuori dalla camera oppure, a tende chiuse, apprezzare il dettaglio della finestra da cui si intravede l’esterno. Ma soprattutto le lenzuola saranno sempre bianche e i muri della tonalità reale e non virati in rosa, giallo, azzurro… Avremo in altre parole una fotografia che rispecchia in maniera veritiera lo spazio ritratto, né più né meno di come lo vedrebbe il nostro occhio dal vivo. Ed è questa una regola, naturalmente, che vale per tutti gli ambienti: non solo le camere, ma anche i bagni, i ristoranti, la spa, la palestra, gli spazi comuni, la hall, le sale meeting…


Chi è Flavio Chiesa
www.flaviochiesa.it

Nato a Pavia nel 1962, ho iniziato giovanissimo a lavorare in un laboratorio, occupandomi prima di stampa fotografica e successivamente di riprese fotografiche per cerimonie. Da otto anni mi sono quindi specializzato nella fotografia d’interni. La mia visione creativa orientata alla curiosità mi spinge a sperimentare nuove soluzioni e approcci senza scordare da dove vengo. Considero la tecnologia importante, ma non misuro mai la qualità di un fotografo in base al valore della sua attrezzatura.

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