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Un italiano al Ritz di Londra
Bravo, sfacciato, tenace e fortunato: i quattro segreti del deputy general manager Romeo Carlomusto
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«Se me lo avessero detto anche solo tre anni fa, è molto probabile che ci avrei riso sopra». Romeo Carlomusto, 38 anni non ancora compiuti, è da pochi mesi deputy general manager di una vera icona dell’hôtellerie mondiale come il Ritz di Londra: concepita nel lontano 1906 da César Ritz in persona, la struttura stupì fin da subito i propri ospiti con la presenza di bagni privati in ogni camera, doppi vetri alle finestre, letti in ottone (anziché in legno) e un sofisticato sistema di ventilazione. Ma sono soprattutto le sue frequentazioni ad aver fatto la Storia di questo hotel: dal principe di Galles, futuro re Edoardo VIII, ad Alfonso sovrano di Spagna, fino alla regina Amelia di Portogallo. E poi ancora, più avanti nel tempo, l’Aga Khan, Paul Getty e Charlie Chaplin, nonché Churchill, de Gaulle ed Eisenhower, che proprio qui si incontrarono più volte durante la Seconda guerra mondiale...

Domanda. Come ci sente a ricoprire una posizione di vertice al Ritz?
Risposta. A volte mi sorprendo ancora a chiedermi allo specchio come ciò sia stato possibile.

D. E cosa si racconta?
R. Le risposte che mi do sono sostanzialmente quattro: sono stato bravo a credere in me stesso; sono stato sfacciato al punto giusto con chi mi ha selezionato; sono stato tenace nel rinunciare a tante cose per rincorrere la mia carriera (una sensazione che solo chi vive l’hôtellerie di persona può comprendere); e infine sono stato anche fortunato. Come dico però sempre a tutti i ragazzi del mio staff, nella vita di treni ne passano pochi, in alcuni casi magari solo uno. È quindi meglio corrergli subito dietro. Altrimenti, se si pretende di aspettarlo al bar della stazione, si può anche essere un genio, ma non ci si muoverà mai dalla propria sedia...

D. Nella sua carriera, lei ha lavorato in contesti molto diversi tra loro: dai resort della Maremma ai complessi wellness fino agli hotel di città proprio come il Ritz di Londra: dove si sente maggiormente a proprio agio e quali i vantaggi e le criticità di ciascuna situazione?
R. In effetti questa professione mi ha dato la chance di visitare il mondo intero e di comprendere le differenze anagrafiche, culturali e sociali dei vari luoghi in cui mi sono trovato e delle persone con cui ho lavorato. Dico questo perché sono convinto che un bravo direttore debba prima di tutto essere in grado di capire la vocazione di ogni risorsa a propria disposizione: a volte, infatti, un determinato elemento può rivelarsi fantastico per il Ritz, ma magari completamente fuori luogo in ambienti meno classici come quello che ho vissuto a Livigno in Aquagranda. Trovata la giusta alchimia, l’hotel è poi in grado di procedere quasi da solo, grazie al fatto che ciascun componente della squadra sa precisamente cosa aspettarsi dai propri colleghi.

D. E per quanto riguarda lei personalmente?
R. Che si tratti di Londra come della Maremma toscana, di Tel Aviv come di Porto Cervo, il contesto esterno, per me, conta davvero poco. Rimanendo in hotel dalle 12 alle 16 ore al giorno, sette dì su sette, non ho infatti alcuna preferenza in fatto di location. Dalla mattina alla sera tardi, giro semplicemente i vari reparti per comprendere al meglio i rapporti fra i membri dello staff, interagire con i clienti e soprattutto impegnarmi in quello che più mi piace fare: vivere il mio hotel mettendo ogni giorno qualcosina in più per renderlo a mia immagine e somiglianza.

D. Quali caratteristiche ha il mercato del lusso londinese?
R. Il contesto, purtroppo, oggi tende un po’ alla standardizzazione: soprattutto nelle nuove costruzioni top, spesso di proprietà di società mediorientali o asiatiche, che si servono frequentemente dell’opera dei medesimi architetti e interior designer, omologando così inevitabilmente ambienti e atmosfere. Io per esempio non amo per nulla gli alberghi a pseudo 7-8 stelle tipo Burj Al Arab di Dubai: strutture con un’offerta extra lusso ma zero tradizione e ancor meno fascino nelle proprie fondamenta. Ciò premesso, anche gli hotel storici come il nostro non possono davvero più pensare di basare le proprie fortune solo sul nome: il web ha cambiato tutto; i clienti, a volte anche a sproposito (ma questa è un’altra storia), possono infatti ormai giudicarti e soprattutto comunicare la propria valutazione al mondo con un semplice click.

D. A proposito: quanto conta oggi la tradizione nel lusso e quanto invece l’attenzione ai trend del momento in termini di tecnologia, servizio, design, arredamento...?
R. In un certo senso il Ritz non avrebbe davvero bisogno di iper-tecnologia, né di grandi elementi di design. Perché è semplicemente il Ritz, ed è quindi per ciò stesso sinonimo di hotel di lusso. Certo, i nostri ambienti sono assolutamente al passo coi tempi. Basti pensare, per esempio, agli schermi e ai sistemi audio Dolby surround di ultimissima generazione presenti in tutte le nostre camere. Ma ciò che contraddistingue veramente questo hotel è ancora oggi la sua tradizione: il fatto di essere rimasto l’unico albergo al mondo in grado di imporre a tutti il dress code, in ognuna delle sue sale ristoranti. Il tea time delle 17, oltre a essere un piacevole appuntamento dell’upper class londinese e dei nostri ospiti, è poi sinonimo di eleganza e di un’affascinante quanto decadente atmosfera tutta anglosassone.

D. Qual è allora il contributo di una professionalità italiana in un contesto tanto prestigioso?
R. A livello di management la nazionalità, in realtà, non fa grande differenza: da qualsiasi parte del mondo tu venga, devi avere un comportamento al contempo affettato e naturale. Non nascondo però che il fatto di essere italiano, in questa e in altre esperienze, mi ha aiutato molto: dagli ospiti stranieri noi siamo infatti spesso considerati dei veri ambasciatori di classe, charme ed eleganza.

D. Come definirebbe l’ambiente di lavoro al Ritz?
R. Il contesto è sostanzialmente amichevole, ma è comunque composto da una equipe di altissimo profilo. Anzi, posso tranquillamente dire che, nel corso della mia esperienza, non ho mai trovato un tale livello di professionalità. Lo staff, inoltre, è inevitabilmente eterogeneo: un vero e proprio melting pot, come solo a Londra si può immaginare. Capita quindi di relazionarsi con il classicissimo butler, molto anglosassone nei modi e nei toni, nonché con giovanissimi russi, cinesi e uzbeki ai piani.

D. E gli italiani?
R. Sono presenti soprattutto al front office e ovviamente sia in cucina, sia in sala.

D. Quali sono, infine, i suoi obiettivi presenti e futuri?
R. Al momento, onestamente non ne ho: essere deputy general manager al Ritz è già piuttosto appagante.

D. Neppure un piccolo sogno nel cassetto?
R. Quello sì, certo: una volta finita la mia esperienza inglese, mi piacerebbe davvero tornare in Italia, possibilmente nella mia Roma. Perché solo chi vive lontano da casa, riesce forse a comprendere fino in fondo quanto è meraviglioso il nostro paese.


La biografia

Nato a Roma nel 1977, molti anni in Ritz - Carlton fra Regno Unito e Italia, successivamente a Tel Aviv in Dan Hotels, Romeo Carlomusto inizia la propria carriera nell’hôtellerie al front office, per poi diventare room division manager e quindi resident manager. La sua prima direzione è del 2008, quando assume la guida, in Gestur, dell’hotel Posta di San Vigilio di Marebbe. In seguito dirige il resort Bagaglino - i Giardini di Porto Cervo, in Costa Smeralda, mentre nel 2010 è general manager del resort & spa Borgo Pian dei Mucini nella Maremma toscana. Da gennaio 2012 a dicembre 2014, subito prima di trasferirsi al Ritz di Londra, è quindi alla guida dell’Aquagranda Livigno Wellness Resort & Spa.

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