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Radiografia della «sharing economy»
Uno studio Assolombarda-Bocconi rivela i tratti dell’ospitalità alternativa nel milanese
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All’immediata vigilia di Expo, un’analisi del portale di prenotazioni alberghiere Hrs ha evidenziato come, a maggio, l’occupazione media degli alberghi di Milano e dintorni si attesti attorno al 71% delle camere disponibili, mentre, per giugno, i dati segnalano un tasso di riempimento fermo al 67%. L’andamento della domanda, in altre parole, appare sostanzialmente in linea con quella degli ultimi anni. Non solo: fino a oggi, con l’eccezione dei giorni immediatamente a ridosso dell’inaugurazione, non si è assistito a un aumento particolarmente rilevante dei prezzi medi delle stanze: niente di paragonabile, cioè, a quello che solitamente si registra durante il Salone del mobile, settimana durante la quale i prezzi delle strutture dell’area meneghina tendono a raddoppiare. Nel periodo maggio-giugno, infatti, la tariffa media si è assestata sui 149,70 euro a notte: un valore superiore di appena il 26% rispetto allo storico recente della città di Milano. Rilevazioni, quelle di Hrs, che non si discostano peraltro di molto dalle cifre evidenziate anche da un’altra indagine sulle tariffe meneghine, condotta qualche settimana prima da Carlson Wagonlit Travel, secondo cui l’80% delle strutture interpellate avrebbe praticato rialzi inferiori al 30% (si veda, a questo proposito, lo scorso numero di Job in Tourism).
E allora? A prescindere dalle considerazioni sul realismo delle previsioni ufficiali, è indubbio che un qualche effetto sui flussi turistici un evento come Expo lo deve pur avere. Chi ne sta, quindi, beneficiando maggiormente? Degli indizi il mercato li sta già seminando: recentemente il portale Airbnb ha dichiarato di aver registrato un incremento di ben il 293%, delle prenotazioni effettuate in zona. Anche se dati ufficiali elaborati da terze parti non ne esistono, c’è il forte sospetto che, a fare la parte del leone, siano le cosiddette attività della «sharing economy». Tanto più che, nell’ultimo periodo, la presenza di unità abitative affittabili a Milano e dintorni è cresciuta esponenzialmente, sino ad arrivare a toccare la cifra di circa 6.800 alloggi disponibili sullo stesso portale Airbnb (stima del 7 gennaio 2015), che è attualmente il più popolare sito turistico di «sharing economy» in Italia. Giusto per capire l’entità del fenomeno, basti pensare che, nella medesima destinazione, la provincia censiva nel 2014 qualcosa come 455 esercizi alberghieri e 398 esercizi extralberghieri ufficiali (tra bed & breakfast, alloggi iscritti al Registro esercenti commercio – Rec -, case e appartamenti per vacanza, case per ferie, campeggi e ostelli). E anche prendendo il caso di un’agenzia online tradizionale come Booking.com, questa raccoglieva, al 16 gennaio 2015, 621 alloggi “alternativi”, di cui appena 131 compresi negli elenchi della provincia.
Ma perché esiste una tanto consistente porzione di offerta non censita ufficialmente? Chi sono e a chi si rivolgono esattamente i protagonisti di tali attività? Una recente ricerca dell’Osservatorio Assolombarda – Bocconi sul tema dell’ospitalità alternativa a Milano ha provato a gettare un po’ di luce sulla questione. Il fenomeno è senz’altro legato al generale diffondersi di modelli di comportamento pertinenti alla cosiddetta «sharing economy», ossia alla «economia della condivisione». Così come un ruolo importante giocano pure le innovazioni tecnologiche, a cui peraltro la stessa «sharing economy» è intimamente legata.
Una buona parte delle cause è però anche da ricercarsi in un quadro legislativo dai tratti per molti versi incerto: in particolare, l’attuale contesto normativo (dlgs 79-2011 e legge 431-1998 del Codice civile) recita che «gli alloggi locati esclusivamente per finalità turistiche, in qualsiasi luogo ubicati, sono regolati dalle disposizioni del Codice civile in tema di locazione». Il che comporterebbe, ma la questione è controversa, l’«0bbligo della forma scritta per la stipula di validi contratti», ma soprattutto, e qui sono tutti concordi, il solo «obbligo di registrazione dei contratti di locazione di durata superiore a 30 giorni» e l’eventuale «comunicazione scritta all’autorità di pubblica sicurezza, in caso di locazione a favore di cittadini non appartenenti alla Ue e/o apolidi». Dalla lettura di questi testi normativi appare perciò evidente come la maggioranza delle transazioni sia di difficile tracciabilità, tanto più che tali locazioni non sono neppure gravate da alcuna tassa di soggiorno.
La ratio del legislatore appare chiara nel considerare, insomma, la locazione a fini turistici quale una mera forma di integrazione del reddito. Il punto, però, è che, dalle evidenze emerse nella ricerca Assolombarda – Bocconi, l’offerta di forme di ospitalità alternativa a Milano sembra piuttosto configurarsi come parte di un progetto di investimento immobiliare o come un’attività economica a tutti gli effetti, più che come un modo per arrotondare lo stipendio a fine mese.
Prendendo in considerazione la proposta Airbnb nel solo centro di Milano (505 unità abitative complessive), lo studio ha infatti rivelato che gli alloggi disponibili in tale aera sono soprattutto proprietà intere (l’84%), mentre appena una piccola quota dei locatori (il 16%) mette a disposizione giusto uno spazio, verosimilmente all’interno della propria abitazione. Un’evidenza che trova ulteriore conferma se si considera il numero di proprietà gestito da ciascun locatore: quasi quattro persone su dieci (il 39%) propongono su Airbnb almeno due proprietà; quasi due su dieci (il 18,5%) offrono soggiorni sia a Milano, sia altrove; quasi il 4% mette infine a disposizione almeno dieci alloggi in varie destinazioni (e c’è anche chi gestisce 144 proprietà in tutta Milano).
E il caso della città lombarda non è affatto isolato: basti appena ricordare, a questo proposito, che a ottobre 2014, il procuratore generale di New York, Eric Schneiderman, ha pubblicato un rapporto nel quale sostiene che sono ben 100 i proprietari a gestire più di dieci appartamenti su Airbnb nell’aera della città della Grande mela. Il tutto per di più, nel caso di New York, in apparente violazione di una serie di disposizioni di legge locali, in merito alla locazione di appartamenti situati in più immobili per durate inferiori ai 30 giorni.
Tornando a Milano, lo studio Assolombarda – Bocconi sfata tuttavia un ulteriore mito ricorrente sulla «sharing economy» applicata al turismo: l’ospitalità alternativa a Milano non è una soluzione ricettiva dedicata esclusivamente ai viaggiatori low budget. Seppure anche in questo caso l’analisi riguardi il solo centro città, tradizionalmente caratterizzato da un maggiore livello dei prezzi, gli alloggi considerati presentano infatti una forbice di prezzo molto ampia: da 35 a 500 euro a persona per notte, con una tariffa media importante (132 euro per il soggiorno in una proprietà intera e 93 euro per una stanza privata). Appare quindi evidente che si tratti di un’offerta molto variegata, in grado di rivolgersi a soggetti con capacità di spesa diversa (e, quindi, a segmenti diversi di turisti, sia leisure sia business).
Alla luce di tali evidenze Assolombarda fa perciò notare che «senza una regolamentazione certa e definita sulle forme di ricettività non imprenditoriale, il pericolo è quello di una deriva verso fenomeni di concorrenza sleale che finiscono per penalizzare gli operatori imprenditoriali e dequalificare l’offerta ricettiva. I rischi evidenziati dall’indagine vanno dai controlli sulla pubblica sicurezza, in assenza dell’obbligo di riconoscimento dell’ospite e di normative antincendio, alle difficoltà relative alle verifiche in termini di tassazione; oltre ai mancati controlli sulla manodopera impegnata per le pulizie e la manutenzione delle strutture». Se non si arriva così a considerare l’offerta di ospitalità condivisa una sorta di economia ombra (shadow economy), come ha rimarcato in varie occasioni ufficiali Federalberghi sottolineandone l’aspetto distorsivo della concorrenza, davvero poco ci manca...

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