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Il viaggio che non finisce mai
Tra finzione e realtà, un tour letterario sui molteplici risvolti di un bisogno ancestrale
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Il viaggio è un luogo che da sempre affascina gli uomini di ogni età e latitudine. Come è ben risaputo, non esiste però un unico modo di viaggiare: c’è il viaggio slow, quello d’affari o quello esperienziale, per dirla con i termini della moderna economia del turismo. Ma non solo: le forme che il viaggio può assumere sono davvero infinite e a volte sfiorano anche i confini tra finzione e realtà. Come in questo racconto, a metà tra l’onirico e il concreto, che Claudio Nobbio ha realizzato per la sua consueta rubrica Bollicine.

Di Hugo Pratt, quando scrive le avventure di Corto Maltese mi piace la fine dove dice «E ora entriamo in un’altra storia». È il viaggio che non finisce mai. Solo in Puglia, all’ultima fermata del treno c’è un cartello: «Qui finisce l’Italia, ma resta ancora il mare da attraversare, il Mediterraneo da scoprire».
Mi piacciono anche le storie con doppio finale a scelta del lettore. «Tutte le storie», diceva l’amica d’un tempo, Francoise Sagan, «hanno due verità: una la tua e una la mia». Il viaggio fa parte della natura dell’uomo. Ci sono infiniti tipi di viaggio: da quello iniziatico di Pinocchio, dove Geppetto crea un burattino parlante da un vecchio tronco d’albero, e Carlo Lorenzini, dettosi Collodi, quando finalmente entra in sembianze umane lo fa morire: ormai il percorso iniziatico è terminato, l’acqua, la terra, l’aria e il fuoco hanno fatto parte della favola, ma il burattino, trasformato in essere umano, da quel momento inizia un suo percorso individuale, personale, di sue scelte e non di quelle dell’autore. Perciò viene fatto morire. All’editore del Giornale per i bambini non piace questo finale e gliene fa scrivere una altro da una maestra inconsapevole.
Al Caffè a Brasileira di Lisbona ho conosciuto Jeronimus Calder: era seduto sulla sedia che fu di Pessoa e scriveva su un tablet senza alzare la testa. Dopo un tempo abbastanza lungo fui incuriosito da quello scrittore. «Cosa state scrivendo?», gli chiesi, scusandomi per averlo interrotto.
«Offritemi una birra e vi racconto, così faccio una pausa e mi faccio venire delle idee».
Scoprii così che Calder scriveva dei curriculum su ordinazione: «A tanta gente non piace il loro passato e vengono da me a chiedermi che gli scriva un passato più piacevole, più adatto, più gratificante. Vengo così a conoscere la loro storia e la adatto a quello che desiderano».
Non male per guadagnarsi la vita e anche nemmeno troppo faticoso: «Ma il vostro indirizzo?».
«Questo tavolino è il mio indirizzo. Non ho bisogno di muovermi perché tanta gente viene a vedere il luogo dove Pessoa scriveva le sue storie. Ci deve essere qualche radiazione letteraria positiva qui, perché l’ispirazione arriva facile. Stando seduto viaggio intorno al mondo: io sto fermo e la gente di varie parti del globo mi gira intorno. Come viaggiare» .
Mentre discorrevamo in questo senso arriva un giovane: «Ho imparato a memoria quello che avette scritto di me e mi sta bene: il problema è che sono innamorato della donna che mi avete fatto incontrare e che nella vostra storia vuole andare via dalla mia vita. Vi prego di farla tornare. Ormai lei fa parte del mio Dna e senza di lei non so come farei. Però vorrei che me la faceste conoscere di persona e non per parole scritte. Se ne avete scritto così bene, vuol dire che la conoscete. Non credo si possa descrivere una persona così dettagliatamente se non la si conosce».
Calder restò pensoso, forse non sapeva cosa rispondere, o non voleva impegnarsi ulteriormente. E ordinò per tutti noi un altro giro di birra. Restammo tutti assorti per alcuni minuti, mentre ammiravamo una giovane donna che passava sul marciapiede opposto.
«Mi piacerebbe una così», disse l’uomo seduto ai nostri tavolini.
Probabilmente la donna sentì l’apprezzamento. Si fermò pensierosa. Guardò verso di noi. E poi decise di attraversare la strada: «Parlavate di me?».
«Lei è così attraente, non volevamo turbarla».
«Mi offrite una birra? Ho sentito dire che qui c’è uno scrittore di curriculum».
«È il signore», dissi indicando Calder.
«Stavo appunto cercando di voi, vorrei che mi riallacciaste alla vita. Il mio viaggio alla ricerca della felicità anche solo letteraria mi ha portata a questo caffè. Sono una danzatrice di fado; tanti mi guardano, mi invitano, ma sento solo desideri e non venticelli d’amore intorno a me».
Di nuovo ordinammo altre birre: le terze per noi e la prima per la giovane donna. «Come vi chiamate?».
«Ho un nome vero e un nome d’arte: quale preferite?».
Jeronimus chiese silenzio. Riprese il tablet e ricominciò a scrivere. Una paginetta e non di più. «Datemi la vostra mail», disse alla donna. Quella del giovane già la aveva. Scrisse gli indirizzi poi disse: «Andate in una altro bar a leggere la posta. Le vostre storie si incontrano e trovate scritto le informazioni essenziali. Ma di li inizierà il vostro viaggio che sarà di vostra libero scelta e di vostra responsabilità. Lo scrittore di curriculum si occupa solo di passato, fino al presente. Il futuro non lo concerne».
Bon voyage, mi verrebbe da dire: un viaggio consapevole e forse sostenibile.

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