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Quando la carriera si fa cosmopolita
La storia di un general manager italiano all’opera tra Africa, Medio ed Estremo Oriente
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Una grande passione per la professione; una buona predisposizione a comprendere la cultura del paese in cui si lavora; la vocazione, infine, a provvedere alle necessità di tutti gli ospiti, senza pregiudizio alcuno e senza mai sottovalutare chi ci si trova di fronte, perché «non si può mai essere sicuri di chi sia esattamente la persona con cui si sta avendo a che fare». Sono le tre caratteristiche immutabili dell’ospitalità internazionale secondo Guido Farina, general manager italiano dalla vocazione cosmopolita, oggi alla guida dello Shanti Maurice.

Domanda. Dopo ben 19 anni in Asia, ora arriva l’Africa, sponda Oceano Indiano. Come è nata la sua passione verso l’ospitalità dai tratti esotici?
Risposta. All’inizio devo ammettere che il caso ci ha messo sicuramente lo zampino: era il 1995 e io lavoravo all’Elba, presso l’Ermitage Hotel. Il mio direttore ricevette una richiesta da un amico di Dubai, che stava sondando il mercato alla ricerca di un restaurant manager. Diedi immediatamente la mia disponibilità a trasferirmi negli Emirati Arabi e di lì a due mesi mi trovai quasi senza accorgermene in Medio Oriente, dove poi rimasi per ben 14 anni.
D. Si sarebbe mai aspettato, allora, che avrebbe trascorso tanto tempo in quella parte del mondo?
R. Assolutamente no. Ma da quel momento la mia carriera svoltò ed evolse rapidamente. Almeno fino al 2009, quando a causa della crisi finanziaria globale decisi di guardarmi attorno in cerca di altre opportunità.
D. E come giunsero le nuove occasioni?
R. Vede, nel nostro settore non è poi così difficile costruire dei network con altri hotelier. E se si è in grado di mantenere buone relazioni con le figure chiave, le opportunità arrivano velocemente. Grazie proprio a uno di questi contatti, fui perciò assunto dal gruppo Ghm Hotels, come resident manager del Datai Langkawi, in Malesia...
D. Come ha vissuto il trasferimento in Estremo Oriente?
R. Mi basti dire che è una regione in cui ho sempre sognato di lavorare: per quello che si dice a proposito dei loro servizio di accoglienza, del loro approccio all’ospitalità e del loro sorriso al contempo genuino e gentile. Oggi, trascorsi cinque anni, sono davvero convinto che il tocco orientale sia imbattibile: un vero punto di riferimento assoluto per tutto il nostro settore.
D. Cosa ammira, in particolare, del loro modo di essere?
R. Nel passato invidiavo loro soprattutto lo spirito, nonché lo stile calmo e rilassato nell’approcciare qualsiasi vicenda di vita e di lavoro. Caratteristiche che oggi penso di poter dire di avere lentamente assorbito anch’io nel contatto quotidiano con la loro cultura.
D. Dal suo racconto sembra quasi che lei abbia seguito l’onda delle occasioni, cercando di approfittare, ogni volta, dei venti più forti per navigare verso nuovi lidi...
R. In effetti mi considero una persona sempre pronta a seguire quanto gli detta l’istinto e a condurre la propria vita nella medesima direzione. Quando mi guardo indietro e osservo la mia carriera dal punto di vista del presente, mi pare però che l’intero mio percorso professionale fosse già stato tracciato per me prima che io lo intraprendessi. Certo, non posso al contempo negare che anche la fortuna abbia avuto la sua parte.
D. Alla luce di tutto ciò, come descriverebbe oggi il suo stile di conduzione alberghiera?
R. Come il frutto maturo di tutte le mie esperienze passate. Ancora adesso, d’altronde, non ho affatto smesso di mettermi in gioco, dandomi l’opportunità di reinventare me stesso in ogni occasione. Penso però di conservare pur sempre dei tratti tipicamente italiani: mi riferisco, in particolare, al carattere estroverso e amichevole della nostra natura mediterranea. Ma anche al nostro stile di vita peculiare, che è parte inscindibile del nostro essere e che ci differenzia da tutto il resto del mondo.
D. In cosa consiste, a suo parere, il valore aggiunto che gli italiani, e più in generale gli occidentali, possono apportare alle strutture di lusso internazionali?
R. Ritengo che abbiamo ancora un vantaggio competitivo in termini organizzativi. Con il progressivo affermarsi delle compagnie medio ed estremo orientali, si tratta tuttavia di un gap destinato presto ad assottigliarsi.
D. Cosa si aspetta oggi, in termini di accoglienza, lo stesso ospite che si reca in tre strutture molto diverse tra loro come il Savoy di Londra, da Vittorio a Brusaporto e lo Shanti Maurice? Ogni riferimento a luoghi dove lei ha avuto modo di operare è puramente voluto...
R. Si aspetta di essere riconosciuto e di sperimentare il cosiddetto effetto wow: chiamare gli ospiti per nome, ricordarsi di offrire loro la camera o il tavolo preferito, prima ancora che lo chiedano, sono ancora oggi degli ottimi sistemi per fare buona impressione e costruire un rapporto di fiducia duraturo. Allo stesso tempo la formula vincente dell’accoglienza non può prescindere dalla capacità di creare ricordi, di suscitare emozioni e di sorprendere i propri clienti: una volta ottenuto l’effetto wow, infatti, questi si trasforma automaticamente in quel potente strumento di marketing e comunicazione chiamato passaparola.
D. Arrivando al presente, quali sono i suoi obiettivi al Shanti Maurice?
R. Per l’inizio dell’alta stagione, che qui parte a settembre, la nostra spa sarà dotata di un nuovo concept completamente inedito per il settore, di cui tuttavia al momento non posso purtroppo dire molto di più. Per quanto riguarda il reparto food & beverage, invece, lo scorso 19 giugno abbiamo lanciato un nuovo progetto chiamata La Kaze Mama: una serata a tema dedicata al cibo mauriziano, durante la quale una vera nonna del luogo prepara cibi e pane fresco per i nostri ospiti. Ma stiamo lavorando anche ad altre novità, tra cui lezioni di cucina, serate dj e notti in spiaggia a osservare le stelle. L’obiettivo è quello di costruire un’offerta capace di fare tendenza: un traguardo ambizioso, certo, ma sono convinto che tra sei-otto mesi si sentirà parlare molto di noi.
D. Per concludere: cosa vorrebbe fare “da grande”?
R. Diciamo che dopo le esperienze da general manager, punterei a una posizione corporate. Magari prima come come operation manager e poi come direttore operativo (coo) di qualche gruppo internazionale. A quel punto dovrei aver accumulato risorse ed esperienze sufficienti a costituire un buon trampolino di lancio per... andare in pensione prima dei 60, lavorare da casa come consulente, trasferirmi in Malesia con la mia adorata moglie Nadiah e viaggiare intorno al mondo. Maktub: così è detto.


Chi è Guido Farina

Italiano di nascita ma cosmopolita per indole, Farina è oggi il general manager dello Shanti Maurice, boutique resort del gruppo Nira, situato sulla costa meridionale di Mauritius. Alle spalle vanta 23 anni di esperienza nell´ospitalità, maturata in diversi resort di tutto il mondo. Gli ultimi cinque anni, in particolare, lo hanno visto alla guida di strutture asiatiche come il Datai Langkawi in Malesia, The Nam Hai, in Vietnam, The Zuri Whitefield di Bangalore, in India, e più recentemente il Lone Pine di Penang, ancora in Malesia. Farina ha inoltre lavorato per varie realtà alberghiere in Medio Oriente e in Europa, tra cui Jumeirah, Le Meridien, il Savoy Hotel di Londra e il Grand Hotel Gardone Riviera. Sommelier certificato, beneficia anche di un importante patrimonio di esperienze in ambito food & beverage, avendo lavorato in diversi ristoranti tra cui il 3 stelle Michelin da Vittorio di Brusaporto.

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