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Quanto vale il turismo Halal
Nel mercato globale c’è carenza di prodotti tarati sulle esigenze dei viaggiatori musulmani
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www.tsmconsulting.it

Un segmento capace di generare, nel solo 2012, un giro d’affari complessivo di 126,1 miliardi di dollari Usa, pari al 12,3% della ricchezza prodotta dal turismo a livello globale. È la domanda affatto trascurabile dei viaggiatori musulmani, che tuttavia stenta spesso a trovare prodotti adeguati alle proprie necessità. In questo e nel prossimo numero di Job in Tourism, Federico Belloni, titolare della società di consulenza Tsm Consulting, ci racconta così del potenziale di un mercato in forte crescita, nonché delle caratteristiche che una vera offerta ricettiva Halal dovrebbe avere.

Halal è una parola araba sconosciuta a molti occidentali. Per i musulmani, però, è un termine decisamente importante, in quanto rappresenta uno dei precetti fondamentali della legge coranica: sintetizza infatti tutto quello che è lecito secondo l’Islam, in contrasto con quello che è proibito, ovvero Haram. «Il cittadino islamico deve conformarsi alla legge islamica nella sua vita in famiglia, nella società, in tutte le sue parti. Il credente musulmano non compra perciò un prodotto, né usufruisce di un servizio, senza porsi una domanda: è Halal?», spiega Sharif Lorenzini, presidente per l’Italia della Halal international authority (Hia), ossia dell’unica società riconosciuta dal mondo musulmano per la certificazione dei prodotti e dei servizi destinati ai fedeli.
E la richiesta Halal non solo è in continua crescita, ma è anche rivolta a sempre più tipologie di prodotti: oltre agli alimentari, si parla oggi infatti di abbigliamento, dei servizi finanziari e bancari, oltre che degli articoli cosmetici e farmacologici, per un giro d’affari complessivo di 500 miliardi di dollari a livello globale, di cui 54 in Europa, e 5 in Italia. Un discorso, quest’ultimo, da cui naturalmente non sono affatto esclusi i servizi e i prodotti turistici che, per essere acquistati da chi segue la fede musulmana, devono necessariamente essere definiti rispettando rigorosamente i precetti religiosi.
Non si sta, peraltro, parlando di bruscolini: nel solo 2012, infatti, i movimenti turistici, di persone di fede musulmana, hanno generato, nel mondo, un fatturato totale di 126,1 miliardi di dollari Usa, pari al 12,3% della ricchezza prodotta dal turismo a livello globale. Lo dicono i dati del rapporto «Global Muslim lifestyle tourism market 2012: landscape & consumer needs study», realizzato dall’impresa di consulenza statunitense (ma con staff totalmente di religione musulmana) DinarStandard, in collaborazione con la società Crescent Rating di Singapore, specializzata nelle recensioni di prodotti turistici destinati al consumatore musulmano: una sorta di TripAdvisor delle offerte turistiche Halal.
Lo studio predice anche che, almeno fino al 2020, la domanda turistica generata da questo mercato crescerà più rapidamente della media internazionale: il 4,79% all’anno contro il 3,8% globale. La stessa ricerca dice poi che, nel 2020, i viaggiatori internazionali musulmani arriveranno a spendere l’astronomica cifra di 192 miliardi di euro, pari al 14% della ricchezza complessivamente generata dal turismo nel mondo. «La domanda di viaggi da parte dei musulmani», spiega il managing director di DinarStandard, Rafi-uddin Shikoh, «può essere considerata, senza alcuna paura di sbagliarsi, come il più grande segmento di mercato non ancora soddisfatto dall’industria turistica globale».
Ma chi sono veramente i turisti musulmani? Li chiamano Global urban muslims e si caratterizzano per un livello di educazione decisamente molto elevato (spesso sono in possesso di un master universitario o di un dottorato di ricerca), così come molto elevato è il loro patrimonio; amano viaggiare e attraversare i continenti e sono alla ricerca di beni e servizi coerenti con i loro bisogni di credenti musulmani. Necessità sintetizzate da Ever Cebi, originario dell’Azerbaijan ma naturalizzato nel Regno Unito, che ha fondato l’agenzia Crescent Tours, specializzata nella soddisfazione di questo specifico segmento di mercato: l’idea gli è venuta dopo aver avuto molte difficoltà nella ricerca di destinazioni e strutture ricettive adeguate a delle vacanze insieme alla propria moglie, perché, come afferma lui stesso, «è ancora oggi difficile per i musulmani trovare una valida soluzione di vacanza senza scendere a compromessi con la propria cultura».
Quando viaggiano, i turisti musulmani, racconta quindi Cebi, tendono a farlo prevalentemente con le loro famiglie (il 53%), con gli amici (il 23%) o in coppia (il 19%), e spendono mediamente molto di più rispetto ad altri tipi di segmenti di domanda, anche perché decisamente maggiore è la loro permanenza media nella destinazione che decidono di visitare. A livello geografico, provengono prevalentemente dalle ricche zone petrolifere mediorientali, soprattutto da Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, ma anche da Iran, Indonesia, Turchia e dai paesi del Nord Africa, senza contare quelli che vivono in Europa, 2 milioni dei quali in Italia.
Chi viene nella nostra penisola, in particolare, appartiene solitamente a due distinte categorie: le famiglie, spesso formate da numerosi componenti (che includono il personale di servizio) e interessate ad ambiti di villeggiatura lussuosi e tranquilli; e i single maschi, maggiormente attratti da destinazioni che offrono dinamiche sociali vivaci. La maggior parte dei viaggiatori musulmani arriva poi in Italia per motivi di piacere e svago, mentre sono meno frequenti le visite a parenti e amici e i viaggi d’affari. Generalmente il turista musulmano cerca inoltre un clima più mite rispetto a quello del paese d’origine ed è per questo motivo che viaggia soprattutto nei mesi estivi.
Fino a oggi, in ogni caso, le località più gettonate dai flussi turistici musulmani si trovano in Egitto, Turchia, Malesia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. La cosiddetta Primavera araba ha tuttavia ridisegnato, almeno in parte, le rotte di questi viaggiatori, che hanno cominciato a spostare la loro attenzione anche verso altri paesi. Australia e Nuova Zelanda, tra gli altri, hanno così provato a cogliere al volo l’occasione, sviluppando una strategia promozionale ad hoc: negli aeroporti di entrambi i paesi sono state, per esempio, create delle sale preghiera dedicate, mentre l’offerta balneare viene pubblicizzata come «ideale per passare in relax il periodo del Ramadhan». Il New Zeland Tourism Board, in particolare, mira ad aumentare del 13%, entro il 2020, la spesa turistica di questo segmento di mercato, che attualmente vanta budget da 7 mila dollari Usa per persona, per una permanenza media di più di tre settimane. Cifre già di per sé molto succulente, ma che lo diventano ancora di più se si considera che le famiglie sono molto numerose e che spesso viaggiano con personale di servizio al seguito. In Europa, è in particolare la Spagna che sta puntando con decisione sulla domanda musulmana, tramite soprattutto lo snellimento delle procedure per il rilascio dei visti e l’intensificazione delle rotte aeree, operate da Emirates e Qatar Airways, tra Dubai, il Qatar e le città di Barcellona e Madrid. Chissà allora che anche l’Italia possa beneficiare della ventilata nuova alleanza tra Alitalia ed Etihad, per incrementare il proprio appeal nei confronti di questo segmento dall’elevato potenziale.

COMMENTI
«Buongiorno,

Sono Italiana e lavoro da decenni bel settore turismo business tra Italia e Paesi francofoni, dove il turismo halal e' una realta' affermata.

Ho un ottimo curriculum e conosco abbastanza bene quello che viene definito halal.

Attualmente a Milano, sono alla ricerca di serie e proficue collaborazioni con adv o to che intendono promuovere o creare dei viaggi e soggiorni in questo senso.

Non esitare a prendere contatto.
Cordialmente,
Silvia Nur Martucci
Postato da Silvia , Organizzatrice - 22:19:24 31-01-2017

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