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Quali certificazioni per l’ambiente
Uno sguardo sui più diffusi sistemi di valutazione in tema di eco-compatibilità degli edifici
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www.vittoriopedrotti.it
Breeam, Leed, protocollo Sbc, Itaca... Sigle e acronimi di certificati frequentemente citati da chi si occupa di compatibilità ambientale degli edifici, ma di cui troppe volte, tra i non addetti ai lavori, si stentano a capire origini e obiettivi. Eppure la crescita sostenibile è oggi una esigenza vitale di ogni sistema economico sviluppato, impegnato a preservare, anche per le generazioni future, i livelli di benessere attuali. Un obiettivo tanto importante che pure il Consiglio europeo di Lisbona del 2000, nell’elaborare la propria Agenda 2020, ha compreso, tra le linee di sviluppo da perseguire, tutta una serie di traguardi legati proprio al concetto di sostenibilità: la riduzione delle emissioni di gas serra del 20% rispetto ai livelli del 1990, nonché il contemporaneo aumento del 20% della proporzione di utilizzo di energie rinnovabili e l’incremento di un ulteriore 20% dell’efficienza energetica complessiva. Impegni e dichiarazioni d’intenti di tale portata che non possono non avere un’influenza diretta sui modi di costruire e di progettare, anche se non soprattutto in ambito ricettivo. Ecco allora che, nel suo consueto spazio dedicato all’hotel building, al design e alla tecnologia, l’architetto Vittorio Pedrotti traccia una panoramica sui più diffusi modelli di certificazione ambientale attualmente in uso.

In Italia si è ormai acquisito il concetto di certificazione energetica dell’edificio, il cui ultimo riferimento legislativo è la legge n 90 del 3 agosto 2013, evoluzione di una sequenza di normative dettate dalle direttive europee e finalizzate al contenimento del consumo di energia. Tutt’altra cosa, invece, è il concetto di sostenibilità, che appare per la prima volta nel 1987, definito dal primo ministro norvegese Gro Harem Brundtland, nel rapporto della commissione Onu per l’Ambiente e lo sviluppo «Our common future», come il «soddisfacimento dei bisogni delle attuali generazioni senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri». Un concetto, quest’ultimo, ulteriormente esplicitabile in un grafico, detto della Triple bottom line, che evidenzia come la sostenibilità rappresenti la fusione di tre esigenze differenti: quelle dell’ambiente naturale, dell’economia e della società.
A partire da tali presupposti, i protocolli di certificazione ambientale scaturiscono quindi da una progettazione che deve garantire, a ogni iniziativa, un alto valore economico unito al più ridotto consumo di risorse naturali possibile. In ambito più specificamente ricettivo, esse contribuiscono quindi a elevare di qualità un edificio, fornendo un attestato che è riconosciuto a livello internazionale.
I sistemi di valutazione ambientale hanno così iniziato a svilupparsi nel Nord Europa, per poi diffondersi in tutto il mondo. Il primo modello, in particolare, fu il Breeam, messo a punto in Inghilterra a partire dagli anni 1990. Questi, che rappresentò una sorta di punto di partenza anche per l’elaborazione dei sistemi successivi, consiste in un certificato, in cui il livello di performance di ogni edificio viene stilato tenendo conto di punteggi intermedi, attribuiti in base a diversi parametri, comprendenti indici relativi al consumo energetico, all’inquinamento, al risparmio idrico e alla “qualità” ecologica dei prodotti impiegati.
Fu però nel 1996 che venne realizzato il sistema attualmente più diffuso, per la valutazione degli edifici a livello energetico e ambientale. Si tratta del Leed (Leadership in energy & environmental design), messo a punto negli Stati Uniti e promosso, tra gli altri, dallo Us green building council: un’organizzazione dai molteplici interessi, che vede al proprio interno la presenza di tutta una serie di categorie differenti di attori, tra cui progettisti, imprenditori edili, costruttori, ricercatori universitari… In Italia, il protocollo Leed cominciò a diffondersi a partire dal 2008, grazie soprattutto al lavoro del Green building council Italia, che adattò alla realtà del nostro paese lo stesso sistema di certificazione Leed. Costituito da diverse sezioni, a cui vengono attribuiti diversi punteggi, concorrenti a definire un edificio in base alla gerarchia basic, silver, gold, platinum, la grande novità del modello Leed consiste, in particolare, nel fatto che esso si può adattare a edifici con destinazioni d’uso differenti.
Sia il Leed, sia il Breeam presentano tuttavia un punto di criticità comune, rappresentato dal fatto che entrambi sono applicabili unicamente alle specificità territoriali e geografiche in cui vengono effettivamente implementati. La tendenza più recente è perciò quella di lavorare alla formulazione di uno strumento di seconda generazione, in grado di permettere valutazioni, sull’impatto e sulla performance ambientale di diversi tipi di costruzioni, in base a un unico standard internazionale di riferimento.
Una delle prime evoluzioni in tale direzione è così oggi sicuramente il protocollo Sbc (Sustainable building challenge): un network internazionale, creato da più di 20 paesi per sviluppare uno strumento di verifica della sostenibilità ambientale delle costruzioni, evoluzione del precedente Gbc (Green building challenge), che è destinato a costituire, in futuro, lo standard globale di riferimento per la certificazione energetico-ambientale degli edifici.
In Italia, inoltre, dal 2005 è diffuso il protocollo Itaca (Istituto per la trasparenza, l’aggiornamento e la certificazione degli appalti): promosso dalle regioni, esso permette di verificare la sostenibilità ambientale degli edifici e si basa su schede di valutazione relative ai consumi energetici invernali ed estivi, alla produzione di acqua calda sanitaria, all’illuminazione naturale, alla quantità di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, all’uso di materiali eco-compatibili, ai consumi di acqua potabile e al mantenimento delle prestazioni generali dell’involucro edilizio. Un ulteriore gruppo di indici di valutazione verifica poi l’incidenza dei carichi ambientali, analizzando variabili come l’entità delle emissioni di gas serra, la produzione di rifiuti solidi e liquidi, e la permeabilità delle aree esterne.
Non solo: dal 2008 la provincia autonoma di Bolzano cura il progetto CasaClima Nature, quale evoluzione di CasaClima, per valutare l’eco-compatibilità dei materiali e dei sistemi impiegati nelle costruzioni, oltre che per analizzare le prestazioni energetiche degli involucri edilizi. In tale contesto, ClimaHotel introduce, all’interno delle strutture alberghiere, delle misure tecniche e strategiche di gestione, coerenti con uno sviluppo sostenibile dell’attività turistica.
L’Associazione nazionale di architettura bioecologica (Anab) ha infine creato, nel 2005, il protocollo Sb100, che ha la particolarità di essere pensato sia per un uso intuitivo con un approccio diretto e immediato, sia per un uso professionale da parte di progettisti, tecnici comunali, amministratori di immobili e imprese, con la possibilità di attivare ulteriori approfondimenti e ricerche.
Tutti obiettivi e programmi in itinere che stanno inevitabilmente modificando il modo di costruire e di progettare, vista la aumentata generale considerazione verso i problemi della sostenibilità ambientale.

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