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In Kuwait per crescere
La storia di una giovane professionista italiana dell’hôtellerie in cerca di fortuna all’estero
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«Qui c’è un ambiente stimolante. Ricco di sfide complesse, certo, perché non siamo negli Stati Uniti o in Europa, e in Kuwait si affrontano maggiori difficoltà, in termini sia di procedure, sia di modus operandi. Ma è proprio questo che lo rende un contesto in grado di darti una marcia in più». Silvia Savoldi è la human resources administrator del kuwaitiano Missoni Luxury Hotel. Oggi appena ventiseienne, si è trasferita in Medio Oriente due anni fa, dopo una laurea in lingue e letterature straniere presso l’università di Bergamo, uno stage in Adecco e un’esperienza in un progetto di internazionalizzazione di azienda promosso dalla regione Lombardia. A lei ci siamo rivolti per capire obiettivi, motivazioni e speranze di una giovane italiana all’estero, all’inizio di una promettente carriera nell’ambito dell’hôtellerie.

Domanda. Quali sono oggi le sue aspirazioni?
Risposta. Ho grandi aspettative per il futuro: vorrei continuare a muovermi e proseguire la mia ascesa professionale nell’ambito delle risorse umane. Possibilmente ancora per hotel di alto livello o anche per una società di reclutamento. Certo, per ora sono solo agli inizi: ci sono molti step da salire, prima che io possa arrivare alla posizione che mi sono prefissata. Ma sono sicura che, continuando a lavorare all’estero, riuscirò ad ampliare le mie competenze e a ottenere il giusto riconoscimento del mio impegno.
D. Come è nata l’occasione Missoni Hotel?
R. In verità ci sono approdata per caso. Dopo diversi tentativi di inserimento post-laurea in Italia, ho deciso di tentare la fortuna all’estero. Unico modo: entrare nel mondo dell’hôtellerie, dove la nazionalità italiana è particolarmente apprezzata. Mi hanno assunta con un salario minimo e una qualifica base, confidando nella mia buona volontà e nel mio curriculum. Trovandomi poi ad avere a che fare con persone preparate, e in un momento in cui c’erano delle posizioni aperte, ho inoltrato una candidatura interna e in tempi relativamente brevi sono arrivata a ricoprire il mio posto attuale.
D. Quali crede siano state le caratteristiche del suo profilo che le hanno permesso prima di ottenere il lavoro e poi di scalare così rapidamente le gerarchie all’interno della struttura?
R. Sicuramente mi hanno aiutato gli studi linguistici, gli stage e le altre mie esperienze lavorative passate, mentre studiavo all’università. Più di tutto però credo che mi abbia giovato la capacità e la volontà di mettermi in gioco senza spaventarmi davanti agli importanti carichi di lavoro quotidiani. Nel bene e nel male, peraltro, il Kuwait non è Dubai: onestamente non offre molto; spinge perciò a dare il 100% di sé a livello professionale. In un paese come questo ci si focalizza necessariamente sulla propria carriera e sul futuro: il lavoro diventa il vero cardine della propria vita.
D. Quali sono le difficoltà che ha dovuto affrontare nell’andare a vivere così lontano dall’Italia?
R. Il trasferimento è stato problematico, almeno parzialmente, solo prima della partenza. Per ottenere il visto di lavoro in Kuwait bisogna, infatti, sottoporsi a delle visite mediche, presentare il proprio casellario giudiziale e sbrigare tutta una serie di altre formalità, fonte sicura di stress pre-partenza.
D. Non sente la mancanza di casa?
R. Non particolarmente. Avverto però un po’ la lontananza dalle persone care. Ma torno a casa ogni volta che mi è possibile. E poi a oggi, mezzi quali Skype rendono tutto più facile. Fortunatamente io amo vivere fuori e ho affrontato tutti questi cambiamenti in maniera per nulla traumatica.
D. Quali, invece, gli aspetti più piacevoli e interessanti dell’esperienza kuwaitiana?
R. Sicuramente la possibilità di incontrare ogni giorno situazioni e sfide diverse. La mia crescita personale e professionale sono andate di pari passo durante questi due anni: ho infatti vissuto in un contesto multiculturale, fatto non solo dal classico universo di espatriati americani o britannici che spesso si incontra in destinazioni di questo tipo; lavoro e trascorro il mio tempo libero con kuwaitiani, libanesi, giordani, indiani, egiziani... Certo, è un mondo all’estremo, dove si può vedere tutto e il contrario di tutto. Ma è anche molto formativo e sono sicura che questa esperienza mi aiuterà, in futuro, a comprendere meglio altre realtà.
D. Quanto conta, nella rapidità di questa sua prima fase di carriera, il fatto di lavorare in un grande gruppo internazionale come Rezidor, a cui fanno capo gli hotel del brand Missoni?
R. Sono fermamente convinta che la mia fortuna lavorativa debba molto a tutto ciò. Le grandi compagnie, infatti, investono molto nei giovani, per farli poi crescere nelle proprie strutture. Credo che si tratti di quello che viene definita meritocrazia.
D. Si sentirebbe di consigliare la sua esperienza ai ragazzi che intendano intraprendere una carriera simile alla sua?
R. Assolutamente sì. In primis, il Medio Oriente è una regione in grande crescita, che offre molte opportunità già oggi, ma che è destinata a offrirne ancora di più nel prossimo futuro. In qualità di professionista delle risorse umane, inoltre, consiglio senza dubbio un’esperienza in questa regione, perché qui quasi tutto il personale viene dall’estero: ogni individuo rappresenta quindi un caso a parte ed è apportatore di un diverso modo di operare. Da un punto di vista personale, infine, ma questo vale per qualsiasi parte del mondo in cui si scelga di andare a lavorare, un’esperienza fuori dal proprio paese è senz’altro fonte di un profondo arricchimento, in grado persino di farti cambiare idee e prospettive.

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