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Cosa fare per il turismo?
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L’attuale ministro del Turismo, Piero Gnudi, vanta un curriculum di tutto rispetto: consigli d’amministrazione e collegi sindacali di grandi aziende, quali Stet, Eni, Enichem, Credito Italiano e la presidenza Enel.
È succeduto a Michela Vittoria Brambilla, che tra le sue azioni, quale responsabile del dicastero, ha avuto il «merito» di lanciare Magic Italy in tour, di cui, per la scarsa incisività, si sono perse le tracce; e che viene ricordata anche per aver proposto l’abolizione del Palio di Siena: evento di forte richiamo turistico a livello mondiale.
Da un personaggio come l’attuale ministro ci si aspettava una incisiva azione, ma sembra destino che in questo settore i fatti siano molto meno delle parole.
Ci lascia ora con l’eredità di uno studio commissionato al Boston Consulting Group, il «Piano strategico per lo sviluppo del turismo in Italia» che, temiamo, non verrà comunque preso in considerazione da colui che lo sostituirà e sarà ricordato come l’ennesima esercitazione didattica.
Le linee guida proposte dallo studio sono sette: ridefinizione della governance del settore con un rafforzamento del ruolo del ministro del Turismo; rilancio dell’Enit; miglioramento dell’offerta: focus su uno-due nuovi grandi poli al Sud o nelle Isole, creazione di 30-40 nuovi poli complessivi con priorità ai segmenti up-level e Bric; riqualifica delle strutture ricettive e consolidamento del settore; trasporti e infrastrutture: intervento sul piano aeroporti e collegamenti intermodali; formazione e competenze: riqualificazione dell’istruzione turistica e rilancio delle professioni (dalle superiori al post-laurea); investimenti internazionali: attrazione tramite incentivi fiscali e burocrazia zero.
Neanche il tempo di presentare il progetto che sono arrivate bordate di critiche; per semplicità ne ricordiamo due: quella di Stefano Landi di Sl&a che sottolinea, tra l’altro, l’assenza del concetto di marca, legato all’unicità e all’identità del modello di ospitalità italiano da sfruttare quale vantaggio competitivo; la scelta di privilegiare i soli mercati esteri, a scapito di quelli domestici; la decisione di tralasciare il fenomeno dei nuovi viaggiatori low-cost, concentrandosi unicamente sui segmenti dei turisti Bric e up-level dell’Europa occidentale; e quella di Paolo Zona, presidente Federcongressi, che evidenzia che il documento consta di 89 pagine, dalle quali, però, il congressuale è quasi completamente assente, malgrado i numeri parlino chiaro circa il suo valore e le sue potenzialità. «Adesso abbiamo capito», commenta Paolo Zona, «perché al Convention bureau nazionale è stata fatta fare la fine che ha fatto».
Siamo convinti che, malgrado il governo che verrà e la stagione estiva incombente, l’unica cosa da fare sia continuare a rimboccarsi le maniche!

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