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Non è tutto oro quel che luccica
Un’indagine svela le contraddizioni italiane del recente boom dell’industria crocieristica
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Giunto ormai alla sua terza edizione, l’Osservatorio sul mondo delle crociere dell’Ente bilaterale nazionale per il turismo (Ebnt) rivela uno scenario contraddittorio, fatto di molte luci, ma anche di tante ombre spesso offuscate dai raggi abbaglianti di numeri in crescita esponenziale. Stefano Landi, presidente di Sl&a, la società di consulenza a cui l’Ebnt ha commissionato la ricerca, sottolinea in questo suo intervento gli aspetti forse meno conosciuti di uno sviluppo poco equilibrato.

Un fenomeno bifronte. Tale appare il settore crocieristico alla lettura degli ultimi dati elaborati dall’Osservatorio Ebnt. Dall’analisi dei numeri si rileva, in particolare, che nel periodo 2001-2011 il numero dei crocieristi nei primi dieci porti italiani è aumentato in maniera esponenziale (+267%), passando da circa 2,8 milioni di passeggeri a oltre 10 milioni, e che la crescita ha riguardato sia il numero dei transiti (+238%) sia quello degli imbarchi-sbarchi (+317%), i quali peraltro si concentrano, per il 90%, in quattro porti principali: Venezia, Civitavecchia, Savona e Genova. Ma se non vi è dubbio che gli anni Duemila abbiano fatto da scenario all’esplosione del traffico crocieristico nei porti italiani, altrettanto non sembra si possa affermare per quanto riguarda gli effetti diretti sugli indicatori turistici primari, tra cui i flussi (arrivi, presenze, permanenza media) e la ricettività (strutture a posti letto), nonché sul lavoro (misurato in termini di addetti).
Ad analizzare tali indici, non vi è infatti dubbio che le ricadute economiche debbano essere, da questo punto di vista, considerate alquanto limitate: secondo l’Osservatorio, fatto 100 il totale dell’impatto della spesa dell’intero comparto crocieristico (diretto, indiretto e indotto), solo il 3,8% va all’ospitalità (alberghi e altre strutture ricettive), il 6,2% al commercio, il 13,4% al sistema dei trasporti, compresi i cruise operators, mentre il 37% va al settore manifatturiero, con la cantieristica in prima fila. E i dati occupazionali sono dello stesso segno: privilegio assoluto alla manifattura (in testa sempre la cantieristica), con ricadute molto marginali per le attività turistiche, enfatizzate anche dalle retribuzioni unitarie, che sono le più basse di tutta la filiera. Senza considerare, per di più, che il trend positivo dell’occupazione si è arrestato al massimo del 2008 (311 mila addetti in Europa), che gli ordinativi di nuove navi si sono drasticamente ridimensionati e che la maggior parte dei lavoratori a bordo è rappresentata da extracomunitari (filippini, indonesiani, indiani, peruviani...) reclutati in madre patria con contratti di lavoro che sfuggono spesso alle normative europee. Lo studio evidenzia, ancora, che su una spesa totale diretta stimabile in 4,4 miliardi di euro per il 2011, solo il 18% è riferito direttamente agli acquisti dei passeggeri, pari a circa 783 milioni.
«Siamo fortemente preoccupati», dichiara il presidente dell’Ebnt, Alfredo Zini, «nel constatare che le attività turistiche e alberghiere nei principali porti crocieristici non seguano affatto le dinamiche dei transiti, ma fatichino nonostante il boom delle navi, quasi che si crei un effetto di sostituzione delle crociere rispetto al turismo tradizionale». Una preoccupazione, quella di Zini, condivisa peraltro anche dalla vicepresidente dello stesso ente, Lucia Anile, secondo la quale «sicuramente, nella attuale situazione, non vi sono riscontri positivi per le imprese e i lavoratori del settore: secondo i dati raccolti, gli occupati nel turismo calano al crescere del traffico crocieristico. Ci chiediamo quindi se non valga invece la pena di trovare il modo per crescere insieme, cercando di far combaciare queste due facce del fenomeno attraverso uno sviluppo armonico».

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