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Al servizio dei discenti
Come migliorare gli attuali percorsi formativi di livello professionale
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La formazione professionale nel suo attuale quadro istituzionale e normativo, nonché nel suo auspicabile sviluppo in uno strumento di promozione dell’espressione dei bisogni, delle idee e delle emozioni degli allievi. È l’educatrice professionale, nonché socio Aira (Associazione italiana impiegati d’albergo) Maria Teresa Rizzi, ad affrontare, in questo suo intervento, un argomento che la vede personalmente impegnata nel quotidiano: un tema importante per il mondo del turismo, in quanto molti sono i percorsi didattici che in tale contesto conducono a sbocchi lavorativi nell’industria dei viaggi e dell’ospitalità.

La formazione professionale, in Italia, assume configurazioni articolate e diverse per contenuti, livelli di preparazione e qualifiche. L’obiettivo dei percorsi didattici dedicati riguarda sempre, però, sia l’aumento occupazionale sia l’acquisizione di competenze idonee alla formazione di un bagaglio culturale generale, per giovani che vanno dai 15 ai 18 anni. In Italia, in tema di formazione professionale, si fa soprattutto riferimento alle leggi 144-99 e 53-2003, che ne hanno delineato la fisionomia complessiva: finalità principale, promuovere opportunità di lavoro e soddisfazione personale.
In base alle leggi attuali, ai fondi erogati e ai regolamenti attuativi, la formazione professionale assume quindi un ruolo di corrispondenza concreta tra didattica e mondo reale del lavoro. La legge 53, in particolare, stabilisce l’aumento della durata del suo percorso da due a tre anni e ne accentua l’aspetto alternativo, riconoscendogli pari dignità rispetto agli iter scolastici più tradizionali.
I ragazzi, poi, ritengono il funzionamento dei corsi e dell’offerta formativa non distanti dalle loro richieste e vengono accettati di buon grado. Tuttavia, nella pratica, spesso accade di vedere interrompere il percorso, a causa di esperienze scolastiche precedenti fallimentari il cui impatto è accentuato da contesti socioculturali d’appartenenza e di lavoro inconsistenti. Nel nostro paese, infatti, da una ricerca regionale emerge un tasso di dispersione scolastica tra i più alti d’Europa: un fenomeno ascrivibile molto spesso alla scarsa autostima dei giovani e alla carenza di figure professionali specialistiche per una concreta auto-valutazione.
Ecco quindi spiegato perché il ruolo del formatore-educatore merita grande attenzione: come professionista si assume, infatti, la responsabilità di sostenere molti processi di integrazione sociale, influenzando comportamenti e grado di sensibilità. Secondo la letteratura pedagogica contemporanea, in particolare, «agire come educatore vuol dire diventare agente di cambiamento». Le competenze richieste sono quindi di natura cognitiva, metodologica, progettuale e valutativa. E gli obiettivi di ogni percorso si concretizzano solo se il formatore riesce a comprendere la domanda di umanità dell’altro e risulta in grado di stimolare un processo progettuale. La finalità del formatore, in sintesi, è quella di sviluppare l’autonomia del discente e una possibile capacità critica, mettendosi in posizione di guida, al servizio dell’allievo.
Ma il formatore si muove in uno scenario caratterizzato da un mondo del lavoro dinamico, in continua trasformazione, sia tecnologica sia culturale. Il suo lavoro si focalizza quindi sulla condivisione di obiettivi individuali, sociali e collettivi: dalla pianificazione dei processi operativi ai sistemi di monitoraggio e valutazione efficace. La qualità delle sue performance professionali, la cui analisi qualitativa è auspicabile, è quindi spesso misurabile nello sviluppo di una sana a proficua relazione con gli allievi, le famiglie fungendo da ammortizzatore sociale.
La cosiddetta psicologia umanistica, esemplificata nel pensiero di Carl Rogers, Abraham Maslow e Thomas Gordon, mi sembra evidenzi molto bene la sintesi della questione: secondo Rogers, in particolare, in ogni individuo esiste una tendenza attualizzante che, posta in condizioni di sviluppo, raggiunge mete sempre più affinate; ogni essere umano tendenzialmente sviluppa un grado di maturità e di sviluppo cognitivo sempre più complesso. L’approccio umanistico pone insomma grande fiducia nelle capacità individuali di autogestione. Secondo tale visione, l’educatore in un clima democratico, se riesce a liberarsi dal timore di perdere il controllo della classe, è in grado di porre le basi per passare da una condizione di controllo dell’efficienza produttiva a una situazione di promozione dell’espressione dei bisogni, delle idee e delle emozioni.
L’educazione dei ragazzi tuttavia va certamente costruita dentro e fuori la scuola, in un sistema reticolare, che tenga conto delle problematiche vissute dai ragazzi nei loro contesti di vita. I programmi scolastici dovrebbero quindi essere più individualizzati e centrati sui temi della loro vita quotidiana e del loro territorio: un modello di scuola, in altre parole, improntato allo scambio culturale, alla curiosità intellettiva. E a tal fine, nell’esercizio del proprio lavoro, i formatori troverebbero spesso vantaggio se potessero confrontarsi con manager ed esperti di lavoro con metodo pedagogico.
In conclusione, la formazione professionale, per molti ragazzi, rappresenta un cammino ancora difficile e pieno di incongruenze. Nonostante le innovazioni legislative, essa costituisce l’ultima chance per conseguire una qualifica riconosciuta a livello comunitario. La relazione con gli allievi e le loro famiglie va perciò strutturata con maggior cura, senza pur virtuose improvvisazioni. Perché, in caso di disagi e resistenze allo studio, non sempre, secondo Gordon, la causa risiede solo nella scarsa volontà dei ragazzi di studiare.

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