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Meliá Hotels International: le ragioni e gli obiettivi di un’esperienza di team building
Il rugby metafora dell’hôtellerie
Il mercato dell’ospitalità di oggi è come un campo ghiacciato
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Lo sport è metafora della vita. Ma anche delle sfide quotidiane che il lavoro impone a tutti noi. È questo il principio base di molte attività di team building: quelle iniziative che le società realizzano con il fine di motivare e formare il proprio staff. Ma come si traducono realmente in pratica tali concetti? Ci ha provato recentemente la Meliá Hotels International, che ha organizzato un corso di team building in collaborazione con il Rugby Bologna 1928: una intensa tre giorni svoltasi presso il centro sportivo Arcoveggio-Navile della città felsinea. «Tra i due ambiti, in effetti, si possono tracciare molti paralleli», racconta l’area manager Italia della compagnia, Palmiro Noschese, il cui gruppo sarà presente con un proprio stand al Tfp Summit 2012. «Prima di tutto per la pressione, che è forte sia nello sport sia nel lavoro; e ciò nonostante si deve comunque riuscire a vincere. E poi c’è la chimica di squadra, che è una variabile fondamentale sia per gli atleti sia per i professionisti dell’hôtellerie».
Ma anche l’attuale momento congiunturale, non certo dei migliori, trova un perfetto parallelo sportivo: «Il mercato di oggi è come un campo ghiacciato: le condizioni sono complesse, ma occorre comunque continuare ad accontentare gli ospiti», prosegue Noschese. «E per riuscirci, oltre all’impegno, bisogna condividere le difficoltà con tutti i membri dello staff: formarli e informarli sul contesto in cui ci troviamo è infatti l’unico modo per condividere davvero gli obiettivi finali e riuscire a segnare la meta. E poi la fiducia e l’ottimismo si raggiungono solo quando si è bene allenati: il training, anche nel lavoro, serve per essere sempre più forti».
La scelta del rugby è quindi frutto dell’immagine che questo sport si è conquistato sul campo: «Un’attività sana, che significa passione e voglia di stare insieme», specifica ancora Noschese. Ma ad aiutare a capire i motivi dell’iniziativa bolognese può contribuire anche il celebre aforisma del giocatore di football, e giornalista americano, Henry Blaha, secondo cui «il rugby è un gioco bestiale giocato da gentiluomini, mentre il calcio è uno sport da gentiluomini giocato da bestie e il football americano uno sport bestiale giocato da bestie». Una frase, quest’ultima, dietro a cui si può ritrovare un altro collegamento con l’attività alberghiera: «Lavorare in hotel, in effetti, è davvero un po’ bestiale», spiega scherzando Noschese. «Perché ti prende a 360 gradi, non ti puoi mai risparmiare e c’è pure una concorrenza pazzesca. Basti pensare a Internet e alla corsa alla tariffa più bassa da esporre nelle vetrine virtuali del web 2.0. Solo una grande voglia e una grande passione permettono di vincere. E di trattare tutti gli ospiti da perfetti gentiluomini».
Il vero obiettivo dell’iniziativa bolognese è però soprattutto di carattere motivazionale: «Le attività di questo genere dovrebbero servire a far conoscere meglio le persone tra di loro, ad aumentare lo spirito di collaborazione reciproca e a chiarire eventuali posizioni differenti. La vera analisi dei feedback, e la conseguente misurazione dei risultati dell’attività, la faremo perciò tra qualche tempo, tramite la compilazione di una serie di questionari anonimi. L’idea è che solo quando l’esperienza è sufficientemente sedimentata, nei cuori e nelle menti dei partecipanti, si possa valutarne l’impatto con razionalità; senza, cioè, il naturale condizionamento dell’inevitabile entusiasmo del momento. Anche perché il corso con il Rugby Bologna 1928 non è certo né il primo né l’ultimo evento di questo genere, ma una tappa di un percorso formativo molto più articolato e complesso».
Tanto è vero che il gruppo Meliá sta già pianificando, per la prossima fine estate, un’altra iniziativa outdoor. «Non abbiamo ancora deciso esattamente cosa», conclude, infatti, Noschese. «Ma si tratterà sicuramente di un’esperienza acquatica. L’idea è quella di sperimentare la strategia dell’Oceano blu: una teoria, elaborata da W. Chan Kim e Renée Mauborgne, della business school internazionale Insead, che sviluppa alcune tecniche per riuscire ad avere successo senza necessariamente puntare solo sulla competizione con gli altri player del proprio mercato. Si tratta, in altre parole, di una delle possibili applicazioni del cosiddetto pensiero “out of the box”, fuori dagli schemi, che permette a chi lo pratica di non andare a pescare dove vanno tutti gli altri, ma di trovare altri specchi d’acqua meno battuti dalla concorrenza».

Un rugbista non muore mai. Al massimo passa la palla

«Sinceramente, prima di iniziare, non avevamo molte informazioni a disposizione. Anzi, eravamo anche un po’ timorosi di farci male. Tanto più che il periodo in cui abbiamo svolto l’esperienza è stato quello delle grandi nevicate a Bologna, che hanno paralizzato la città per quasi una settimana». Carmen Picerni, human resources manager del Meliá Milano, è uno dei 32 capi reparto, di età media compresa tra i 30 e i 40 anni, che hanno partecipato al corso tenuto dal Rugby Bologna 1928. Oggi c’è molto entusiasmo per quella che considera davvero una bella esperienza, ma dalle sue parole traspaiono anche tutte le perplessità presenti prima di partire per l’avventura bolognese: soprattutto per l’idea di confrontarsi con un’attività, il rugby, di cui poco o nulla sapeva prima di partire. «Si figuri che io lo associavo mentalmente al football americano: caschi e bardature comprese». Invece? «Invece ho scoperto un mondo davvero affascinante, di cui i nostri istruttori, tre nomi storici del rugby felsineo, sono riusciti a trasmetterci tutto l’entusiasmo. A cominciare dalla forza di un altro aforisma celebre tra i praticanti di questo sport: “Un rugbista non muore mai. Al massimo passa la palla”».
La tre giorni bolognese, insomma, per Carmen Picerni è stata davvero interessante: «Ci hanno spiegato, per esempio, come si costruisce un raggruppamento e come si organizza la touche, ossia la rimessa laterale del rugby. Entrambi i momenti impongono un grande spirito collaborativo: in particolare la touche, in cui occorre sollevare uno dei tuoi compagni da terra per aiutarlo a raggiungere l’ovale prima degli avversari, pretende grande fiducia reciproca. Il contatto fisico che si stabilisce in queste situazioni è quindi in grado di rompere, in senso positivo, tutti i tradizionali meccanismi relazionali di un luogo di lavoro. Proprio a questo proposito, a Bologna, ho provato a osservare i colleghi del Meliá di Genova, che stanno insieme da poco tempo perché la struttura è aperta da meno di sei mesi: ebbene, in soli tre giorni il loro modo di relazionarsi è completamente mutato; è diventato più sciolto, sincero e meno rigidamente formale».
Alle fasi di allenamento tecnico sono quindi seguiti anche i momenti più intensi delle partite. «Certo», racconta ancora Picerni, «alcuni degli aspetti più cruenti del gioco sono stati edulcorati per l’occasione. Il placcaggio, per esempio, è stato sostituito dal semplice tocco. Tuttavia, per me è stata davvero una soddisfazione riuscire a fermare il nostro executive chef, che poi è un omone di oltre 100 chili». Ma, a parte le emozioni di un’attività fuori dall’ordinario, cos’altro rimane di un’esperienza di questo tipo nel lavoro quotidiano? «Personalmente mi è servita per fare un po’ di auto-analisi e per capire alcuni dei miei limiti. In particolare, mi sono accorta che correre verso la meta senza mai frenare non è sempre un atteggiamento produttivo. Quando giochi a rugby, a volte devi rallentare per aspettare i tuoi compagni a cui passare la palla. Nella vita lavorativa è la stessa cosa: non sempre fare le cose a mille all’ora è la strategia più produttiva in assoluto; rispettare i ritmi degli altri, in determinate circostanze, può portare a risultati migliori».
A concludere ogni giornata di allenamento, immancabile, c’era poi il celebre terzo tempo: il momento che nel rugby è dedicato all’incontro tra le squadre avversarie per festeggiare la partita appena giocata. «E noi, naturalmente, non ci siamo fatti mancare neppure questo», conclude Picerni. «Non era obiettivamente previsto dal programma, ma le due serate bolognesi sono state dedicate, per chi se l’è sentita, a delle uscite collettive. Lo spirito che siamo riusciti a costruire insieme è stato tale che abbiamo persino scritto una sorta di inno al Melià Italia. Un buon auspicio per il prossimo evento di settembre, che ormai tutti noi aspettiamo con vera impazienza».



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