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Una riflessione del presidente Aira, Luciano Manunta, sull´evoluzione del comparto
Si può dare di più
Grave l’indiscriminato ribasso tariffario del 2010
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Calato il sipario su un 2010 non certo straordinario, è tempo di tracciare qualche primo bilancio e soprattutto di trarre alcune conclusioni, capaci di suggerire modelli di comportamento e strategie utili a far tornare a crescere l’economia del turismo italiana. Ed è quello che fa, in questo suo breve intervento, il presidente nazionale dell’Associazione italiana impiegati d’albergo (Aira), Luciano Manunta, le cui considerazioni prendono le mosse nientemeno che dal pensiero di un intellettuale del diciannovesimo secolo come John Ruskin.

«Non è saggio pagare troppo, ma pagare troppo poco è peggio». Questo aforisma del letterato, pittore e critico d’arte britannico, John Ruskin, risale alla fine dell’Ottocento, ma sembra attualissimo nel tirare le somme del 2010 appena concluso, che ha visto confermare quanto e in che modo si sia, purtroppo, evoluta la crisi iniziata nel 2009. Ciò che più mi ha sorpreso, infatti, è come il nostro comparto abbia deciso di affrontarla: mi sarei aspettato una pianificazione supportata da maggiori investimenti, tesi a migliorare la qualità dei servizi da offrire, al posto della scorciatoia del ribasso tariffario indiscriminato che scompostamente si è intrapresa, scatenando una sorta di guerra tra poveri, il cui risultato produrrà, probabilmente, un ritorno alla «normalità» molto lento e lontano.
Eppure sarebbe stato sufficiente prendere esempio dalle esperienze passate: sia nostrane, come a Firenze, dove, dopo che la crisi della prima Guerra del Golfo aveva fatto svanire letteralmente di colpo la quasi totalità dei turisti (americani), si pensò di risolvere e compensare la loro assenza attirandone altri a prezzi stracciati, salvo poi scoprire che mai errore poté rivelarsi più grave, poiché il ritorno alla «normalità» delle tariffe durò diversi anni; sia estere, come alle Seychelles, dove, a seguito dello tsunami, si decise di abbassare drasticamente i prezzi, scoprendo poi, però, che tale prodotto elitario, a prezzi così bassi, non poteva essere attraente e che, solo dopo il riallineamento delle tariffe ai livelli precedenti, si ricominciò a recuperare presenze e profitti.
Non vi è dubbio, quindi, che il prezzo giusto sia quello che il mercato è disposto a pagare. Quando si paga troppo, male che vada, si perde un po’ di denaro, ma se si paga troppo poco si rischia di perdere tutto, perché il bene o il servizio acquistato quasi sempre non è all’altezza delle proprie esigenze. Della serie «non tutti i mali vengono per nuocere», ritengo perciò che le difficoltà incontrate e quelle che affronteremo quest’anno possano costituire un’occasione proficua, per prendere atto di quanto possiamo e dobbiamo dare (di più) per giustificare i prezzi, che ragioni di budget realistici non dovrebbero far mai scendere sotto la soglia stabilita dal mercato. «Fin dalle sue origini, la legge dell’equilibrio negli scambi non consente di pagare poco e di ricevere molto», sosteneva ancora John Ruskin... Come dargli torto?

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