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L’hotel manager Marco Capocci racconta i primi cinque mesi della propria esperienza giapponese
Un italiano al St. Regis di Osaka
Un paese molto diverso dal nostro ma anche assai gratificante
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La storia professionale di Marco Capocci è piuttosto insolita: dopo un periodo iniziale tutto romano, la sua carriera ha infatti cominciato a prendere una svolta decisamente internazionale. Un percorso originale in un settore dove, normalmente, si comincia girando il mondo per poi eventualmente provare a tornare in patria solo in un secondo momento. Capocci, invece, ha lavorato per oltre dodici anni a Roma, per poi spostarsi a Londra e quindi accettare la gestione dello start-up del St. Regis di Osaka, in Giappone. Noi di Job in Tourism lo abbiamo così intervistato per capire come sta vivendo la nuova esperienza nipponica e quali sono i suoi obiettivi per il futuro.

Domanda. Prima Londra e poi Osaka, in Giappone. Dopo aver trascorso molta della prima parte di carriera in Italia, pare proprio che ora abbia preso davvero gusto a viaggiare. La scelta di andare in Giappone è una semplice questione di opportunità, oppure c’è dietro anche la volontà di fare un po’ di esperienza all’estero?
Risposta. In realtà, io ho sempre viaggiato molto, sia per piacere sia per lavoro. Il recente executive Mba, ottenuto mentre ero director of food & beverage al St. Regis di Roma, mi ha dato, inoltre, il giusto stimolo per spronarmi a misurarmi con la quotidianità e il lavoro in un paese straniero.
D. Quali sono, in effetti, le principali difficoltà che un occidentale può incontrare nell’ambientarsi in un paese lontano come il Giappone?
R. Sono qui da circa cinque mesi e posso già dire che è la prima volta che mi capita di condividere al 100% ciò che ho sentito raccontare prima della mia partenza. Il Giappone, in effetti, è un paese molto diverso dal nostro, soprattutto se lo si vive nel quotidiano e non da semplice turista: all’inizio ci vuole molta attenzione (loro ce l’hanno), bisogna osservare molto (loro lo fanno) ed essere molto educati (loro lo sono). A un certo punto, però, arriva il momento in cui il ghiaccio comincia lentamente a sciogliersi e ci si può finalmente lasciare un po’ andare. Senza esagerare, però. Bisogna, insomma, essere pronti a rinunciare a qualcosa, anche solo momentaneamente. Ma ovviamente l’esperienza è unica e irripetibile.
D. Venendo al suo contesto professionale specifico, quali sono gli aspetti di un’apertura che le interessano maggiormente?
R. Da una parte non posso negare che sia una sfida molto stancante. I giapponesi, poi, sono persone molto determinate, che rispettano sempre date e orari. D’altro canto, però, è anche un’esperienza particolarmente stimolante. Io, poi, sono attratto da tutto ciò che c’è di nuovo da creare e mi affascina il poter applicare il bagaglio di competenze in materia che ho accumulato fino a oggi. Il St. Regis di Osaka, inoltre, mi piace molto: dà l’idea di un palazzo particolarmente intimo, dove ciascun ambiente quasi accompagna dolcemente l’ospite a quello successivo. È una struttura con un impatto estetico molto pulito ed essenziale, che rispecchia in pieno la modernità del design giapponese.
D. E quali sono gli obiettivi che intende perseguire per il nuovo hotel?
R. Il più importante è sicuramente quello di far diventare il nostro ristorante italiano La Veduta e il bistrot francese Rue d’Or i punti di riferimento della comunità locale, slegandoli parzialmente dal legame con l’albergo che li ospita, per farli vivere di vita propria.
D. Da dove proviene il personale dell’albergo?
R. Le risorse umane sono per il 95% giapponesi, la maggior parte di Tokyo e di Osaka stessa.
D. E quali sono le principali differenze con i collaboratori delle strutture occidentali?
R. A parte la lingua, che è sicuramente una delle difficoltà maggiori da affrontare, la cultura locale porta i giapponesi ad avere spesso un’indole abbastanza timida e introversa; il che non è propriamente l’ideale per lavorare nell’ospitalità. Una volta, però, che si è riusciti a far loro trovare una buona sicurezza interna e a fargli sviluppare qualche dote comunicativa in più, anche grazie a una maggiore attenzione all’interazione, il risultato finale è di gran lunga più gratificante rispetto a quello che si può ottenere in occidente.
D. Come descriverebbe il momento attuale del mercato giapponese?
R. Sta obiettivamente vivendo una situazione di crisi economica, che perdura ormai da quattro anni, anche se il livello di spesa media della popolazione è ancora maggiore rispetto a quello di molte realtà europee. Il St. Regis di Osaka, in particolare, per ora è rivolto soprattutto alla clientela locale, con i turisti provenienti dalla regione del Kansai, da Tokyo e dal resto del Giappone che contano per circa l’85% del numero di ospiti complessivo. Dopo soli cinque mesi già intravediamo, però, una maggiore apertura verso la clientela internazionale. In ciò sicuramente aiutati dal brand, che ci garantisce ottima visibilità a livello globale. Inoltre siamo molto vicini a Kyoto: un certo numero di nostri ospiti, perciò, decide di soggiornare da noi per poi andare in escursione fino a questa città storica dalla forte vocazione turistica internazionale. In fondo, si trova a soli 20 minuti di Shinkansen, il famoso treno superveloce del Giappone.
D. Dal punto di vista personale, infine, quali sono i suoi obiettivi di crescita?
R. Nella mia vita ho sempre seguito un percorso del tutto naturale, lasciandomi guidare dal mio istinto e soprattutto dalla voglia di fare ciò che più sentivo mi potesse piacere. Recentemente sono stato in un Ryokan, il tipico albergo-locanda giapponese: l’ho trovato molto simile alla filosofia del St. Regis e pure molto simile a come sono fatto io. Mi ha fatto stare bene e ho provato molta soddisfazione nel vedere quanto lo staff si prodigasse, mostrando una passione sincera per il proprio lavoro. Ecco, il mio obiettivo professionale, e personale, è proprio quello di mantenere sempre alto il livello di passione con il quale mi impegno a vivere il mio quotidiano.

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